Lorenzo De Medici, Magnifico Telecronista

di Italo Spada

 

C’era già un telecronista alla fine del Quattrocento. Trasmetteva dagli studi di Firenze con foga e passione, mischiando abilmente il suo personale commento alla pura e semplice notizia. Non era un professionista sia perché aveva ben altri introiti con i quali campare, sia perché tra le arti e i mestieri del tempo non esisteva ancora il giornalismo. Si chiamava Lorenzo[1] e apparteneva alla nobile famiglia fiorentina dei Medici. Amante della bella vita, delle amicizie e della cultura, quando gli intrighi cittadini e le lotte tra gli Stati italiani, che in quel periodo si susseguivano con snervante frequenza, glielo permettevano, radunava il suo staff di letterati, pittori, poeti, filosofi[2] nei suoi studi privati di Poggio a Caiano e di Poggio Imperiale[3] e organizzava giornate di sfrenata allegria.

Composta probabilmente in occasione del carnevale del 1490, la “Canzona di Bacco”[4] non è solo un esempio di quei canti carnascialeschi che allietavano la festa più pazza dell’anno nella Firenze rinascimentale, ma anche un prezioso spezzone di documento storico dal quale è possibile ricostruire quali erano i soggetti dei carri allegorici e dei gruppi mascherati. Nella sua telecronaca, Lorenzo ripete continuamente lo spot di approfittare dell’attimo fuggente giacché, per quanto sia bello e divertente essere giovani, tutti noi invecchiamo senza rendercene conto.  Lo sponsor ufficiale di questa pubblicità (che apre, interrompe e chiude il servizio)  è da ricercarsi, probabilmente, all’interno di quell’Accademia Platonica che aveva sede nella Villa di Careggi, donata da Cosimo de’ Medici[5] al filosofo e umanista Marsilio Ficino. La riscoperta del pensiero dei filosofi greci Platone e Plotino in sintonia con la visione di un universo ordinato e armonico, non escludeva il divertimento e la gioia di vivere. Era per questo che le feste popolari venivano “nobilitate” da citazioni colte, da canti e poesie giocose che rientravano in un certo qual modo nell’obiettivo generale della riscoperta dei classici, simbolo della perfezione e della bellezza. Lorenzo non racconta nei dettagli le storie dei vari personaggi perché la diretta non gli permette di soffermarsi troppo su ogni maschera e, probabilmente, perché erano abbastanza note alla gente. Nessun telecronista del Carnevale di  Viareggio, al passaggio dei carri allegorici con i mascheroni dei politici che muovono grottescamente occhi, faccia e braccia, perderebbe tempo, oggi, a spiegare particolari noti a tutti. Un semplice aggettivo (“Ecco a voi l’insaziabile Onorevole Tizio!”), un gioco di parole (“E’ ora il turno del povero Ministro del tesoro!”), una metafora accennata (“Entra in scena l’asino del Ministro dell’Istruzione”), ecc. risulterebbero più efficaci.

La telecronaca della  sfilata delle maschere fiorentine si apre con Bacco e Arianna, definiti da Lorenzo “l’un dell’altro ardenti”. C’è una bella storia d’amore dietro questi due personaggi. Arianna, figlia di Minosse, re di Creta, conosce Teseo, figlio di Egeo, giunto nell’isola per pagare il tributo degli ateniesi al Minotauro, se ne innamora e lo aiuta  a ritrovare la via d’uscita del labirinto tramite il celebre filo. Tra i due c’è un accordo: a impresa compiuta, Teseo porterà con sé Arianna. Ma non sarà così. Arianna, sedotta e abbandonata sull’isola di Nasso, viene ritrovata da Bacco, dio del vino, che la sposa e la porta con sé nell’Olimpo. Arianna passa dal pianto sconsolato alla gioia e partecipa a tutto titolo ai cortei dionisiaci del suo consorte; cortei rallegrati da satiri e ninfe che, a loro volta, vengono presentati in atteggiamenti maliziosi. Il diminutivo usato da Lorenzo de’ Medici per la presentazione di questi esseri della mitologia greca dotati di corna e zoccoli di capra ha una sua “maliziosa espressività”[6] confermata da ciò che accade dopo. Le ninfe vogliono essere ingannate e cadere nella trappola dell’amore, ma il gioco della seduzione prevede la caccia per caverne e per boschetti, i gridolini, la resistenza, il cedimento. Poi, a gioco finito, penserà il vino a completare l’opera, unendo prede e predatori in una collettiva pazza gioia.

Sileno, il vecchio precettore di Dioniso, esce fuori dal gruppo e si piglia per intero l’attenzione del pubblico. Teorico del “carpe diem”,  fa la sua apparizione come un re buffone: sopra un asino, brillo, con la pancia piena, barcollante, allegro. Tutti gli applausi vanno a questo vecchio che ha capito le gioie della vita. Dopo di lui, con uno stacco-attacco per contrasto, la sapiente regia della sfilata ha previsto l’apparizione dell’ingordo mitico re della Frigia, quel Mida che chiese e ottenne da Dioniso la facoltà di mutare in oro tutto ciò che avrebbe toccato, con la disastrosa conseguenza di non potere più mangiare e bere.

Nel mito e nella letteratura classica c’è abbastanza materiale per riflettere su ciò che conviene fare. Il magnifico telecronista ha le idee chiare e completa il suo servizio con un consiglio: “Divertitevi, ora che potete farlo, perché la giovinezza è bella, ma passa velocemente e non siamo sicuri del domani”.

 

Canzona di Bacco

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.         

 

Quest’è Bacco ed Arianna,
belli, e l’un de l’altro ardenti:
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

 

Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia
di doman non c’è certezza.

Queste ninfe hanno anco caro[7]
da lor essere ingannate:
non può fare a Amor riparo,
se non gente rozze e ingrate:
ora insieme mescolate
suonon salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questa soma, che vien drieto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Mida vien dopo a costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altro poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.         

 

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siàn, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò ch’a esser convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

 

 

[1] Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico (Firenze, 1449 – Careggi, Firenze, 1492)

Figlio di Pietro di Cosimo il Vecchio e di Lucrezia Tornabuoni, riceve assai presto un’accurata educazione umanistica a opera della stessa madre, donna di vasta cultura e dilettante di poesia. Si rivela, appena sedicenne, un abile uomo politico nelle missioni che gli vengono assegnate a Napoli, Roma e Venezia. Nel 1469, anno della morte del padre, si sposa con la nobile Clarice Orsini, accettando contemporaneamente di diventare signore di Firenze. Sul piano politico, Lorenzo mostra di essere un fine diplomatico ed un accorto politico, compiendo una profonda trasformazione dell’ordinamento interno dello Stato che gli permette di ottenere un potere più saldo e più legale e di assegnare alla città il ruolo di stato moderatore della politica italiana. Il suo obiettivo di consolidare i confini dello Stato fiorentino viene ostacolato dal papa Sisto IV e dalla Famiglia Pazzi che nel 1478 cerca di eliminarlo nel celebre attentato (la congiura dei Pazzi) avvenuto durante la messa a  Santa Maria del Fiore che costò la vita a suo fratello Giuliano. Con la sua abilità diplomatica contribuisce a una politica di pace e di equilibrio in tutta l’Italia. Elogiato per il suo generoso mecenatismo e per i suoi interessi culturali, fu egli stesso poeta. Tra le sue opere: le Rime e il Comento (sonetti d’amore sullo stile della Vita Nuova di Dante, in cui raccontò il sorgere dell’amore per Lucrezia Donati), l’Ambra in cui riprese le Metamorfosi ovidiane.

[2] Con Marsilio Ficino, Cristoforo Landino e Luigi Pulci su tutti.

[3] Ville costruite appositamente per lui da Giuliano da Sangallo.

[4] Conosciuta anche come “Il Trionfo di Bacco e Arianna”.

[5] Nonno di Lorenzo.

[6] Cfr. M. Sambugar e G. Salà, Gaot, Vol. 1, pag 580 in nota, La Nuova Italia, Milano 2004

[7] Altrove: “anche hanno caro”

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