La vita è sogno: effetto flou di Giovanni Pascoli nell’amore mai consumato per “la tessitrice” di San Mauro di Romagna.

di Italo Spada

 

Lei è una ragazza che vive in un paesino di campagna (San Mauro di Romagna), timida e senza grilli per la testa. Le sue giornate – in casa quelle invernali, sull’uscio quelle estive – sono monotone come il rumore del suo telaio. Guadagna i soldi che le servono per vivere facendo la tessitrice: si siede sulla panca, inserisce il filo di lana nel pettine, passa e ripassa la spola. Tutto qui.

Lui è un intellettuale: con i libri sotto il braccio e la testa chissà dove; le passa davanti, la saluta e va oltre. È anche un poeta, trasognato e triste. L’uccisione del padre, avvenuta quando egli aveva appena 12 anni senza un ragionevole motivo, lo ha segnato per sempre. Il suo obiettivo è quello di fare il professore, di lasciare il paese e di andare a insegnare in un liceo di città, o addirittura all’università.

I due si conoscono da tempo, hanno anche giocato insieme quand’erano più piccoli, ma una volta cresciuti, i loro rapporti si sono diradati: saluti, “ciao, ciao” e frasi di circostanza.

Poi, un giorno, lui si ferma incuriosito e, come se la notasse per la prima volta, le rivolge apprezzamenti e semplici domande:  ma che brava! non ti stanchi mai? a che stai lavorando? quanto tempo ti ci vuole per completarlo? cosa verrà fuori?…

Che non sia più l’amico di giochi di una volta è lei a notarlo per prima. Avviene di notte, quando i pensieri vagano nel buio, diventano dolce coltre agli occhi e si trasformano in sogno. Quando lui, qualche giorno dopo, gli chiede di potere assistere a quel lento trasformarsi del filo di lana in tela, gli fa posto sulla panchetta e se lo ritrova vicino, con le mani che si sfiorano. Senza poterlo controllare, sente che il cuore le batte un po’ più velocemente e non riesce a dire una sola parola, anche perché lui utilizza termini complicati, nomi difficili che si leggono solo sui libri. La chiama Aracne, Penelope, Silvia… “Sono tessitrici d’amore”, le spiega, ma nella sua voce non c’è alcun fremito: è il professore che parla, non il giovane innamorato che recita versi. Quando andrà via dal paese, lei tenterà inutilmente di dimenticarlo e cercherà di convincersi, senza riuscirci, che ha fatto bene a nascondergli il battito del suo cuore.

Sarà lui a scoprirlo, da solo e quando ormai, pur avendo appena 42 anni, crede che  “curva minore del vivere” [1] gli avanzi.

Avviene così. Lui ritorna al paese, carico di notorietà e di riconoscimenti. Ha seguito la sua vocazione di professore e di poeta e ha girato da una parte all’altra dell’Italia. Ora ha voglia di riposare e di ritrovare i vecchi posti e le antiche compagnie. San Mauro di Romagna è cambiata di poco, almeno così a lui sembra: la stessa chiesetta, la piazza, la fontana, gli alberi, le persone. Troppe volte, quando era a Messina, a Pisa e a Bologna, ha pensato con nostalgia al mondo contadino della sua infanzia e ha promesso alla sorella Maria, che l’ha seguito dappertutto, il definitivo viaggio di ritorno. La ricerca del tempo perduto l’ha portato nella stessa via e presso lo stesso uscio della tessitrice. Incredibile: lei è ancora lì, per nulla invecchiata, con il suo telaio e la sua dolcezza. C’è, in realtà, un effetto flou che ne sfuma i contorni, ma probabilmente è dovuto alla nebbia delle campagne romagnole. Un sorriso ed ecco ritornare d’incanto i gesti familiari: lei che si stringe sulla panchetta per fargli posto, lui che s’incanta davanti al movimento del telaio. Ma c’è qualcosa di strano, questa volta: un silenzio irreale che avvolge uomini e cose e la mano di lei, diafana e tremante, che lascia la spola. Com’è vero che non è sufficiente avere gli occhi per poter vedere! Basta quel gesto a fargli capire, improvvisamente, quello che non ha mai capito: che lei è stata sempre innamorata di lui e che non avrebbe mai dovuto lasciarla. Lo studio appassionato dei classici gli ha oscurato il cuore e gli affetti; tutte le lacrime che adesso versa non gli serviranno a riportare indietro di un solo giorno il telaio del tempo. Abituato com’è a porre e a porsi interrogativi, vorrebbe che fosse lei, adesso, a dargli delle risposte, ma gli arriva solo l’eco di ciò che chiede: “Come ho potuto? – Come hai potuto?”; “Perché non suona? – Perché non suona?”.

All’effetto flou, con sua grande meraviglia, si aggiunge adesso anche l’effetto silenzio:  la tessitrice continua a muovere il suo telaio, ma il pettine non emette più alcun rumore; il mondo è diventato muto. La spiegazione di ciò che accade arriva alla fine, quando lei – prima con le lacrime (E piange, e piange) e poi con le parole – gli rivela che è morta da tempo, che il loro ritrovarsi è solo una ricostruzione fantastica e che la tela che sta tessendo è destinata ad avvolgere il loro amore sotto i cipressi del piccolo cimitero di San Mauro.

 

La tessitrice

 

Mi son seduto sulla panchetta

come una volta… quanti anni fa?

Ella, come una volta, s’è stretta

su la panchetta.

 

E non il suono d’una parola;

solo un sorriso tutto pietà.

La bianca mano lascia la spola.

 

Piango, e le dico: Come ho potuto,

dolce mio bene, partir da te?

Piange, e mi dice d’un cenno muto:

Come hai potuto?

 

Con un sospiro quindi la cassa

tira del muto pettine a sé.

Muta la spola passa e ripassa.

 

Piango, e le chiedo: Perché non suona

dunque l’arguto pettine più?

Ella mi fissa timida e buona:

Perché non suona?

 

E piange, e piange – Mio dolce amore,

non t’hanno detto? non lo sai tu?

Io non son viva che nel tuo cuore.

 

Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso

per te soltanto; come, non so;

in questa tela, sotto il cipresso,

accanto alfine ti dormirò.

 

 

[1] Cfr. Salvatore Quasimodo, “Curva minore,  in “Oboe sommerso”,  in  “Tutte le poesie”, Oscar Mondadori, Milano, 1965,  pag. 51

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