04. Commentiamo: GOLIARDA SAPIENZA

di Anna Rita Merico

 

Assediati giochiamo ai dadi

assediati posiamo le armi

e aspettiamo

L’assedio finirà

giochiamo Aiace

l’assedio finirà.

Un fine bisogno di bellezza incista Goliarda Sapienza (1924-1996). Il Suo dotto discorrere con il Mediterraneo la fa comparire leggera dalle possenti colonne di Siracusa, dallo slargo di Selinunte a prendere nutrimento da radici da cui mai si è licenziata pur vivendo nel “continente”. Apparentemente sprezzante, Goliarda gioca a dadi affamata di Vita e di Antico. Un lungimirante sguardo nella contemporaneità la porta a legarsi, a doppio filo, all’atavico della Sua isola come osso da cui prendere nome e sostanza d’anima.

Il tema del gioco alleggerisce quell’ “assediati” e ci colloca nella piana antistante Ilio. Bellissimo questo spazio interposto tra la guerra e il gioco, sorta di distanziamento sottolineato anche dalla richiesta del “posare le armi”, dalla consapevolezza speranzosa del “finirà”. Possente cugino di Achille viene ritratto da Goliarda non nell’atto bellico dell’attacco ma nel momento del riposo, posato lo scudo. Goliarda lo fissa in un’intimità che è quella del pensiero recondito. Pensiero che lo centra nel momento del dialogo con la divinità che ride e Lo invita ad alleggerire ogni tensione.

Testo molto affollato di presenze. Parla la divinità: ammorbidisci tensione, vieni, distraiti nel gioco, fermati, staccati dal desiderio delle armi del Pelìde, abbassa la pretesa e gioca con i dadi, immagine di sorte e di imperscrutabile destino. Allontanati…

Il silenzio di Aiace avvolto dagli eventi, fermo su sé, avvolto dal velluto della divinità cui rivolge una momentanea resa e un accovacciamento fetale vissuto un attimo, solo un attimo, prima che la rabbia lo accechi nascondendogli giusta azione e scatenandolo in gesto feroce d’uccisione, lui Acheo, di montoni e buoi achei. Rabbia e distruzione covate e agite, tenute ed esplose.

Parla Goliarda: fine conoscitrice dell’assedio della Vita. Fine tessitrice di attese. Mai nulla al di fuori del raggio delle richieste della propria intima responsabilità. L’assedio del disagio, della povertà, del non riconoscimento… l’assedio finirà…

 

U sacciu c’ora veni

ma tantu chi vali?

Ti nni vai

e iu tornu a ieri.

Com’a ieri

spiu u to passu

pri li scali.

Ti nni vai.

Torna rabbia repressa, urlo contro la Vita, impossibilità di resa eppure resa sino a colpirsi. È Goliarda a dire ma è uno stuolo di donne a farLe da sciame sonoro come imprecazione di Coro cui Lei presta voce e gesto nella reggia della Parola facendole essere tutte. Sono tutte lì ferocemente grinfiate dal loro destino cui rispondono con impotenza come cinesi dai piedi fasciati portate ridenti sul manubrio delle biciclette dai figli o dai mariti nelle piazze di Pechino dopo la Rivoluzione. Il movimento è piano, centellinato il gesto. So di perderti già mentre ti ho. A che vale averti? Rendi l’eterno al mio oggi: ogni giorno è uguale a ieri. È ripetizione che mi lega fascinandomi anima e sguardo e immobilizzando il mio volere. Mi impernii al mio desiderio come vite senza fine. Mi chiudi mondo tra porta e finestra. Il cordone delle scale che lega mondo e mia clausura è attraversato solo da te che vieni e vai a ritmo cadenzato lasciandomi nel vuoto acuto di me stessa… Testo racchiuso in una feroce geometria di spazio minimo slabbrato dall’eco infinito del tempo della ripetizione.

Mirabile Goliarda!

(Goliarda Sapienza, Ancestrale, ed. La Vita Felice, 2013)

 

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