O5. Commentiamo: MARIO BENEDETTI

di Barbara Gortan

 

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie

cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui

rami, una panchina vuota.

Ho freddo ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di

essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro,

ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi,

pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto

il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come

un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul

pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici

per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva

la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

(Umana Gloria, Mondadori, 2004)

 

Il poeta risponde atterrito alla riflessione sull’esistenza della natura umana, nella sua instabilità e incertezza, al suo essere inadeguato alla vita. Lo scrittore si muove come un automa in una realtà possibile che disonora l’uomo, perché spogliata da artifici. Sa dell’esistenza, del suo abituale ricorso all’inganno. Il linguaggio della poesia è prosaico in concorde equilibrio con il messaggio, penetrante e potente, senza orpelli lirici. L’uomo è nel suo ambiente o spazio inabitato e deserto, con un senso di inospitale e sconfinata vastità.

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