Le passioni come motore della storia: Ghiannis Ritsos

di Sandro Marano

 

«Eppure – chissà –

là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia

la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo»

Questi versi tratti da Elena, un poemetto in forma di monologo drammatico del poeta greco Ghiannis Ritsos (1909 – 1990) pubblicato nel 1970, sembrano interrompere d’un tratto le amare riflessioni sulla caducità della vita che la protagonista svolge.

Ma chi è l’Elena del poemetto? È, sì, la donna del mito, ma anche una nostra contemporanea, è la splendida donna per cui si mossero gli eserciti l’un contro l’altro sotto le mura di Troia, ma anche quella che s’incontra quotidianamente, che seduce e infiamma gli uomini.

L’Elena di Ritsos, dall’età indefinibile, è il simbolo della bellezza e della sua caducità. Lamenta il passare del tempo che tutto travolge: ricordi, affetti, eventi. Rimpiange l’amore perduto. Rievoca l’antico splendore e si duole della inevitabile perdita di senso delle cose:

«a poco a poco le cose hanno perso senso, si sono svuotate;

d’altronde ebbero mai alcun senso?».

Ma ecco apparire in questa sorta di naufragio esistenziale una speranza fuggevole e nello stesso tempo tenace, come le piantine che rompono la dura crosta d’asfalto e che, malgrado tutto, crescono sulle rovine e le ricoprono. C’è qualcosa che si salva dalla distruzione di cose ed eventi e storie. Ed è quella volontà indomita dell’uomo di combattere per il suo sogno, quel suo resistere alle ingiustizie e ad un potere opprimente (politico e sociale o naturale) che forma il nucleo eterno della storia umana e ne attesta la bellezza.

«La storia è una nobile guerra contro la morte», scriveva il filosofo Ortega y Gasset in quel magnifico saggio del 1933 che è Intorno a Galileo. E lo scrittore francese Drieu La Rochelle, dal suo canto, in Robinson, uno scritto inedito del 1928 dall’indubbio sapore autobiografico, annotava: «E quel che captava l’interesse degli uomini intorno a me non aveva alcun potere sul mio cuore; è solo la loro passione che m’interessa, […] l’entusiasmo degli uomini che si lanciano all’assalto». Sono le passioni degli uomini a fare la storia e a donarci la bellezza. Gli ideali perseguiti con purezza di cuore, siano il comunismo di Ritsos e di Pasolini o il fascismo di Drieu e Pound, sono tutti egualmente legittimi e necessari.

Ritsos nelle sue poesie canta insieme la quotidianità e il mito, la politica e l’amore. Dà voce al quotidiano che tende a farsi mito, all’ideologia che si fa passione e alla passione che si fa ideologia. L’umana aspirazione ad una maggiore giustizia sociale, l’eros, la lotta politica: tutto converge nei versi di Ritsos:

«La tua prima parola e l’ultima

l’hanno detta l’amore e la rivoluzione.

Tutto il silenzio l’ha detto la poesia»

(da All’ospedale)

E in un’altra poesia Ritsos non manca di esprimere anche il suo amore per la patria:

«Quel che chiamavamo patria

erano cicale, ulivi, pozzi, oleandri,

due vacche nere che sognano sotto i pioppi

e un marmo spezzato in mezzo al prato giallo

dove un uccello bianchissimo se ne sta su una zampa a guardare lontano

oltre il ricordo e l’oblio.»

(da La patria).

La poesia è, per Ritsos, forza liberatrice e guizzo irriverente, come scrive in questi versi tratti dal poemetto Il funambolo e la luna del 1982:

«E noi non sapevamo che diavolo gli prenda ogni tanto alla poesia

che scaglia contro le ciance arroganti degli altissimi venti

versi spensierati dai capelli sciolti».

Come non leggere in questi versi una lucida e scanzonata presa di coscienza che irride alle dichiarazioni altisonanti, retoriche e false dei politicanti (non solo greci)? Nel poemetto di Ritsos il funambolo, «il bel funambolo, amante della luna, sospeso su nei cieli» simboleggia l’artista innamorato della vita, che vuole cogliere tutti gli aspetti del mondo nella sua polifonia, «la contraddittoria, erotica bellezza del mondo» e la sua «feroce innocenza», il passo sghembo di una formica e gli scarponi dei soldati che sembrano «froge di mitici mostri dilatate in un profondissimo ritmo di quiete».

Il funambolo, ossia il poeta, non si nasconde i pericoli, le cadute, i problemi. E ci propone una visione più ampia, più magmatica della realtà e dei suoi segreti, che si contrappone ad una visione unidimensionale e triste.

Le ultime raccolte di poesie, scritte tra il 1987 e il 1989 nella sua casa di Samo, uscite postume nel 1991 in un solo volume, Molto tardi nella notte, rappresentano una sorta di malinconico e virile congedo dalla vita da parte del poeta greco.

«Di notte si sente l’eco dei grandi giorni gloriosi,

case, foreste e navi incendiate,

cavalieri galoppavano sui campanili, scendevano giù in pianura,

altri raccoglievano i morti, alzavano bandiere,

altri disegnavano mezzelune rosse sui muri. Ora

un calesse senza vetturino passa sulla litoranea

e il cane randagio nero guarda il fiume

come se conoscesse già quello che noi ci rifiutiamo di vedere.»

(da A quel tempo)

Ritsos è ormai malinconicamente consapevole della vanità delle lunghe lotte combattute, del crollo dei suoi ideali politici, e tuttavia non si abbandona alla disperazione.  Ma confida, malgrado tutto, nella poesia, nella forza rivoluzionaria della parola:

«Per quanto si bagni la mano nell’oscuro,

la mano non si annerisce mai. La sua mano

è impermeabile alla notte. Quando se ne andrà

(perché un giorno tutti ce ne andiamo), credo che resterà

un sorriso dolcissimo in questo mondo

che dirà incessantemente sì e ancora sì

a tutte le secolari speranze vanificate.»

(da Il poeta)

E forse, come dice con un’ardita sinestesia il poeta greco, anche noi  vedremo riflettersi nello specchio il cinguettio degli uccelli.

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