La limonaia di Boboli di Nicola De Matteo, Florestano, 2020.

di Onofrio Arpino

 

Tre racconti, tre protagonisti con la fatica di vivere, tre scenari (mare e pesca, stazione ferroviaria, pastorizia e transumanza), tre squarci di vita vissuti nell’arsura del Mediterraneo, l’amore cercato, il ricordo di un amico, la sofferenza per un incomprensibile e spietato gesto lasciano emergere la complessità della vita, anche quando la semplicità dei protagonisti suggerirebbe una semplificazione dei destini.

Tre paesaggi diversi, luoghi non casuali comunque, posti per scenografie descrittive e improbabili, ma luoghi di causa-effetto, quasi avessero in sé precostituito il potere di determinare situazioni ed esiti.

Nel sapore mediterraneo del mare e della pesca de L’incredibile sequenza di Fibonacci, dove si vede l’ondeggiare dei pennoni e si ascolta il rumore delle sartie al vento, c’è un amore senile – l’amore è un gioco salvifico, sottolinea l’autore per mostrare la bellezza anche di un rapporto tardivo –  tanto intenso da sembrare poesia, pur derivando dalla combinazione di un’occasione afferrata al volo (da parte femminile, tale Maria Concetta Naglieri), come può accadere afferrando al volo il ciuffo di capelli sulla testa della dea Occasio, e un mero calcolo matematico affidato ai numeri di Fibonacci (da parte maschile, tale Angelino Turturro). A Maria Concetta Naglieri, dall’animo sensibilmente poetico, piace costruire storie per poi tuffarsi dentro e sognare. E Angelino Turturro, esperto di numeri, conferma il sogno mediante il calcolo eseguito con la successione di Fibonacci. Mentre l’intreccio già mostra coordinate prefigurative di accadimenti una mattonella di ceramica di Vietri suggerisce “dove c’è una grande volontà, non possono esserci grandi difficoltà”. Al di là della auspicabile verità, sembra confermare il pensiero osservativo delle passate generazioni, capace di attribuire alla volontà il soddisfacimento del desiderio.

La primitività di Nanuccio, marito di Maria Concetta, fa da sfondo a un modo di pensare sia fatalista sia intriso del linguaggio esoterico dei numeri (una matrice ragionativa, dice Gianni Antonio Palumbo, prefattore).

Nel racconto Era l’amico di mio padre, l’incontro casuale col ferroviere amico del padre nel piazzale ovest (il luogo, di per sé già un titolo) della stazione centrale di Bari, un luogo che come stazione, se anche Augé ritiene un non luogo, nel senso che non avvia processi relazionali, qui riavvia episodi di vita vissuta che fanno riannodare i fili del tempo, col carico di fatti e di emozioni, se non di sentimenti. Efficace dal punto di vista della strategia comunicativa squilibrare la scena con l’immagine della lettura capovolta del giornale, della dedica della figlia Cristina al padre (che non leggeremo ma che suggestiona) perché evidenzia l’amore dell’autore per la poesia (con riferimento particolare a Cesare Pavese, alle Poesie del disamore), e che fa affiorare un trasporto verso Cristina, con la quale  avrebbe potuto esserci un progressivo perdersi dentro un gioco con il garbo ingenuo di “un onesto territorio di libertà”.

La Lucania sfruttata e sitibonda di Agostino fa emergere un pastorello esperto della tosatura e mungitura ma non della macellazione (di un pastore maremmano massacrato). Pastorizia, transumanza attraverso colline morbide e calanchi scolpiti dal vento e dalle acque, l’incontro con un frate, Fra Girolamo di Fratta Todina, pellegrino e camminatore (come a volte appare un pastore), uomo di scienza e sapienza, forse uomo di conforto e di formazione perché porta con sé una bisaccia di aneddoti, astuzie, gioie e delusioni.

È naturale il bisogno di un pastore che non ha più un padre di ascoltare da chi sa, di meravigliarsi e fantasticare oltre il consueto e abitudinario rapporto con le cose di tutti i giorni, animali, vegetazione, paesaggi dei fiumi da guadare e colline da superare, gli stessi dei briganti di Carmine Crocco. Nel frate c’è il fascino del lontano, delle cose spirituali che piano piano confluiscono nel religioso (crocifisso di Forenza, santuari di san Michele), c’è il fascino di abitanti del tempo andato, i crociferi ordine religioso fondato nel 1237, c’è l’attesa della lettera del frate che annunciava al pastore il suo arrivo in Lucania e il giorno in cui passare dal Cinto dell’Eremita. È l’attesa di chi può darti, meglio, lasciarti qualcosa. Evidentemente il frate ci teneva nel suo pellegrinare a formare un giovane deprivato di tante cose, che forse mai avrebbe potuto conoscere ciò che gli raccontava e svelava.

Tra teoria, sapienza e consigli, “sarebbe davvero bello se potessimo mescolare uomo, natura e animali per diventare una entità unica”, “sii come il cedro che profuma anche l’ascia che lo abbatte”, “ti consiglio di masticare dell’aglio…”, o la buccia di limone di Boboli che serve a profumare la biancheria, e saggezza (non sono le tentazioni che costituiscono la colpa ma il consenso ad esse) Agostino sente un alito diverso dalla solita aria. Un processo di formazione che però non contempla la sua realizzazione.

Nell’amore per i luoghi di Puglia e Lucania affiora l’alter ego dell’autore come anima in viaggio che prende le forme di un pastorello transumante e di Fra Girolamo di Fratta Todina, e idealmente assume l’eredità culturale di generazioni per offrire al pastore Agostino quanto possa servire alla mutazione di un dolore (che può dirsi diagenetico per storia e per l’avvenimento della carogna di un cane, a sua volta pretesto figurativo) in una occasione di formazione almeno spirituale se non religiosa. In quest’ultimo senso, il frutto odoroso della limonaia di Boboli rappresenterebbe l’incenso per elevare l’anima.

Le descrizioni non sembrano estranee all’autore, anch’esso disposto a costruire storie e immergersi al punto da immedesimarsi almeno in uno dei personaggi, se non di volta in volta in tutti. I racconti, infatti, non realizzano solo fatti creativo-descrittivi ma si fanno ricerca di senso e significato. Descriverli e raccontarli, spiegarli alla luce delle circostanze, delle aspettative passate o presenti del protagonista, li configura come ricerca epistemica dell’autore offerta al lettore con più chiavi di lettura. L’attenzione poi alla psiche e al disagio della condizione umana con vertigini poetiche date dall’amore, dalla scoperta di una dedica essa stessa poesia, e dalla casualità di un incontro che diventa causa e può portare al cambiamento, fanno di De Matteo un cantore dell’attesa come superamento dello status quo e l’ottenimento del desiderio.

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