Winday di Daniela Stallo, Armando editore, 2022

di Cosimo Rodia

 

Il romanzo Winday sarebbe stato semplice se non avesse avuto tanti intrecci da renderlo quasi simile ad un’orchestra (per usare una metafora musicale).

Lucrezia è una fotografa e commessa avventizia in una cartoleria. Prima della celeberrima processione dell’Addolorata, che apre i riti della settimana Santa a Taranto, avviene un attentato mortale al centro siderurgico, coinvolgendo i proprietari della famiglia Volk. Quasi in contemporanea, si verifica un furto al Museo Nazionale, con la sparizione dei famosi Ori di Taranto.

L’inchiesta è condotta dal dottor Iacovelli, con cui Lucrezia collabora. I sospetti cadono sia su vecchi gruppi terroristici che avevano già progettato l’attentato all’Ilva, alcuni decenni addietro, sia su gruppi di ambientalisti, arrabbiati per il grave impatto ambientale dell’industria sulla città. Si arriva alla soluzione dei due casi in maniera rocambolesca e con alcuni colpi di scena.

La ricerca degli indizi dei due delitti rende il romanzo avvincente e con un bel climax. Ma la parte preponderante del libro di Stallo è l’aspetto psicologico, nella misura in cui dà conto del mondo interiore dei personaggi, degli stati d’animo, delle paure e delle attese.

Infatti, nella narrazione emergono i pensieri più reconditi di Lucrezia, della vecchia proprietaria della cartoleria, Diana, della madre della protagonista, assurti nel flusso dei ricordi.

La scrittura si snocciola sostanzialmente con un punto di vista interno: è Lucrezia che parla e congettura, con un registro alto, a volte intercalando qualche parola del vernacolo tarantino.

Non solo, ma la fabula sembra veramente strumentale all’Autrice per presentare scorci paesaggistici, la deriva ambientale in cui la città di Taranto versa da anni. La forza evocativa di tante sequenze riflessive, fanno di questo romanzo, uno strumento esemplare di stile.

Anche i piani temporali si mescolano senza una precisa successione logica, dal momento che seguono il corso dei pensieri dei personaggi.

Così la fabula è quasi relegata in secondo piano, perché centrali sono le tematiche narrate e le tecniche utilizzate, in grado di far emergere un senso di angoscia, di alienazione e di insicurezza.

Finanche il vezzo dell’autrice di parlare con Maigret, sembra funzionale, non tanto nel connettere gli indizi per raggiungere prove e moventi dei delitti, quanto al monologo interiore, ad un discorso introspettivo che la protagonista si porta avanti silenziosamente, dando priorità all’immediatezza convulsa della sua mente, ancora in ‘cerca d’autore” (dopo essere stata lasciata dall’amore della sua vita, che è un amore assente-presente).

Del romanzo psicologico, troviamo, ancora, il movimento interno lento, riflessivo, con tanti primi piani come nei film francesi, in cui i protagonisti sembrano fare i conti con sé stessi.

Riuscito, certamente, l’incalzare delle congetture e dei flash riferiti a personaggi della storia, da cui emerge comunque la condizione di derasinè di Lucrezia, la quale decide inizialmente di lasciare il luogo di nascita, per poi tornarci e struggersi, per l’inadeguatezza che prova sia nel borgo natio, sia nel luogo dove si sposta.

Il libro ha, inoltre, una riconoscibile valenza sociologico e civile, allorquando riferisce, senza mai scadere nella cronaca, delle strade ‘grigie’ della città (per via delle polveri dei parchi minerali), delle famiglie che piangono un morto per tumore, di un ospedale intero adibito a malati di cancro, delle lotte degli ambientalisti, l’amoralità del profitto, il processo di “Ambiente svenduto”, la palazzina Laf…

Tanti lacerti di cronaca, che diventano materiale narrativo, imbastito in una storia, che non scade mai nel didascalico, lascia un certo amaro in bocca e spinge non poco a riflettere.

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