Wislawa Szymborska e lo stupore del vivere

di Sandro Marano

 

«Ti sei salvato perché eri il primo.

Ti sei salvato perché eri l’ultimo.

Perché da solo. Perché la gente.

Perché a sinistra. Perché a destra.

Perché la pioggia. Perché un’ombra.

Perché splendeva il sole. […]  

Ascolta

come mi batte forte il tuo cuore.» 

 

Questi versi della poetessa polacca Wislawa Szymborska (1923 – 2012), sono tratti dalla poesia Ogni caso che fa parte dell’omonima raccolta del 1972. La Szymborska, insignita del premio Nobel per la letteratura nel 1996 e da pochi anni diventata anche in Italia autrice di culto, è senz’altro una delle voci più importanti della poesia polacca della seconda metà del Novecento.

La sua produzione non è vasta: dodici esili – ma densi – volumi di versi pubblicati nell’arco di più di un cinquantennio (cui va aggiunta la raccolta postuma Basta così)Anzi, va considerato che la poetessa non autorizzò più la ristampa delle prime due raccolte risalenti al 1945 e al 1952, perché composte sotto la «seduzione ideologica» del comunismo, da cui a poco a poco si sarebbe dissociata fino alla formale rottura nel 1966.

Emblematici i versi della poesia Riabilitazione contenuta nella raccolta Appello allo Yeti del 1957 nei quali riferendosi ai processi farsa dello stalinismo in cui gli imputati erano costretti a confessare crimini mai commessi, scrive:

 

«Li credevo traditori, indegni dei nomi,

poiché l’erbaccia irride i loro tumuli ignoti

e i corvi fanno il verso, e il nevischio schernisce

– e invece, Yorick, erano falsi testimoni».

 

Riconsiderando più tardi, nel 1991, la sua esperienza giovanile, dichiarava: «Ho capito che anche l’amore per l’umanità è molto pericoloso, perché per lo più porta a voler rendere gli uomini felici per forza».

La cifra di questa poetessa è data dallo stupore e dalla casualità del vivere oltre che da un linguaggio in cui unisce semplicità ed ironia: «sempre presente, anzi incalzante, è l’interrogativo sul senso di un universo in apparenza governato dall’assoluta casualità,  e che pure sembra celarsi nel fitto intreccio delle circostanze» (Pietro Marchesani).

Tutte le poesie partono generalmente dall’osservazione di avvenimenti quotidiani, da cui si sviluppa la riflessione sulla condizione umana: una visita al museo, l’incontro di due amanti, un album di foto, delle notizie di cronaca, l’insonnia alle quattro del mattino, e così via.

La poesia della Szymborska è una poesia eminentemente meditativa (o filosofica) e trova, a nostro avviso, la sua più riuscita espressione nella raccolta Due punti del 2005, oltre che in testi giustamente famosi, come Uno spasso (in Uno spasso del 1967), Un amore felice (in Ogni caso del 1972), La moglie di Lot (in Grande numero del 1976), Vista con granello di sabbia (in Gente sul ponte del 1986), Amore a prima vista (in La fine e l’inizio del 1993). 

La poesia meditativa, che si rivolge all’intelletto piuttosto che alla sfera emotiva e rifugge per lo più dal lirismo, può a volte scivolare nell’intellettualismo, nel moralismo, nell’artificio. E potremmo allora chiederci: dov’è la poesia? E bisogna dire onestamente che anche la Szymborska, a volte, non è esente da questi difetti.

Per meglio metterne a fuoco la personalità, può giovare un sommario confronto con l’altro grande poeta meditativo del Novecento, l’argentino Jorge Luis Borges. La poesia di Borges ha un tono narrativo e si affida a grandi metafore come il fiume, lo specchio, la biblioteca, ecc.; quella della  Szymborska ha un tono colloquiale e si affida all’ironia e al paradosso. Il poeta argentino riduce la molteplicità del reale a pochi archetipi; la poetessa polacca assume la complessità e la contraddittorietà del reale così com’è. Borges muove dalla compassione, la  Szymborska dallo stupore. Per l’uno la felicità è un dono: «felici i felici» (Frammenti di un Vangelo apocrifo), per l’altra è quasi sempre una vana pretesa:

 

«Gli ho chiesto se gli capita d’essere felice.

Lavoro

– mi ha risposto»

(da Il vecchio professore).

 

Manca in Borges ed è invece presente nella Szymborska una chiara critica dell’antropocentrismo:

 

«Ha appena distinto il sonno dalla veglia,

ha appena intuito di essere sé, […]

in breve: è quasi una nullità,

ma ha la testa piena di libertà, onniscienza, essere»

(da Uno spasso).

 

Entrambi finiscono per accettare la vita, in nome dell’amor fati l’uno, in nome dell’insondabile Caso l’altra. Borges non ha speranze e guarda all’oblio, al nulla. La Szymborska non dispera e lascia alla fine un punto di domanda:

 

«Qual è la morale? – forse nessuna.

Di certo c’è solo il sangue che scorre e si rapprende

e, come sempre, fiumi, nuvole»

(da La realtà esige).

 

Vivere è comunque un miracolo. E poterne scrivere una gioia.

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