Iolanda Insana (Messina 1937-Roma 2016)

di Anna Rita Merico

 

mi chiamo Letterìo

figlio della diaspora

oltre al nome

ho il Dna dei messinesi

Nunziatina

la mia bisnonna

scampata bambina al cataclisma

dalla Puglia emigrò in Piemonte

e per tutta la vita

ebbe nostalgia della città

e nessun desiderio mai di tornare

tanta fu la paura[1]

 

Dentro i volti scrutati per strada scorre la storia. La capacità di Iolanda Insana è grande nel saper fermare in precise immagini l’andare del ritmo degli eventi. Il suo pennino d’indagine rileva simmetria tra evento esterno e rimbombo interiore. L’annidarsi della paura, in questo caso, blocca la possibilità del ritorno ma nutre memoria e nostalgia. La paura genera modo di stare dentro lo spaesamento del senso di radicamento: il radicamento è stato reciso da un evento che è grande quanto il destino e Letterìo lo incarna per tutti. Il verso di Insana, leggero e acuto, smobilita ogni ridondanza e va al cuore di una situazione esistenziale piena e universale rispetto al Sud, all’umano essere in terre flagellate dal dolore di ciò che è possibile perdere in un attimo nella furia di incontrollabili eventi.

Parole dense in un’esistenza ancora più densa, scorticata sino all’inverosimile. La guerra, i bombardamenti di Messina, il terremoto, le bestemmie, il dialetto acceso di sensi, la parola sempre affacciata nel nuovo di un’invenzione linguistica cucita dentro lo stomaco delle emozioni e dei significati.

Una ruminante della parola e del verso. Una fune sempre allungata nella tensione accesa verso pesi nuovi e schiuse ancora mai pensate.

 

vagarono per due giorni

cercandosi in mezzo alle rovine

della città morta

al terzo giorno arrivarono al Duomo

caduto per terra

Santuzza sbucando da corso Cavour

e Bastianu da via I Settembre

fu lui che la vide per primo

ed ebbe un colpo al cuore

ma corse e la baciò e l’abbracciò

lacrime e baci si mischiarono

e caddero a terra

e per la prima volta si amarono

nel disastro rinasceva la vita[2]

 

Lo scavo agito da Iolanda Insana alla ricerca della parola la tiene nel preciso spazio che unisce parola e storia, parola e passione per l’umano andare, per le umane vicissitudini. Ogni rimando ne chiama altri, ogni rimando sposta verso altro: è un’antropologia sommersa e sommessa che si nutre di pietas verso quella piene conoscenza di radici che conosce e di cui ha cura fonda. La sua dissacrazione della parola è intimo gesto d’amore per una realtà misera, sofferente, abbrutita ma –proprio per questo- profondamente viva, attuale, intramata di un indicibile che lei sa, con arte, irretire in poesia dai toni viscerali e accesi. Leggere Iolanda Insina è calarsi in una tonnara di rossi ferrosi.

Iolanda non scansa mai l’inafferrabile dell’esistenza, ama accarezzare il dannato del dentro del verso. La Sua parola ci giunge, sempre, dal fondo venoso di una lotta giocata all’interno di sonorità strazzate e –dopo- ricomposte sapientemente.

 

la rotativa sussultò

ondeggiò

e si fermò

a pagina

28

della rivista

<La rinascita della Sicilia e delle Calabrie>

mai più stampata[3]

 

Ogni suo titolo di raccolte, sillogi è punta di fioretto giocata su nastri rocamboleschi del significare: Sciarra amara, Fendenti fonici, Coltellate di bellezza, Schiticchio e Schifio, La Clausura, Medicina carnale, La tagliola del disamore, Satura di cartuscelle…

In continua e operosa fuga verso un universo linguistico che La dica, nomina la tradizione poetica mentre ne disfa ogni aulicità. Il Suo è movimento denso verso la corporeità e lo spessore vellutato delle combinazioni foniche.

 

s’imbriacau e vomitau

la terra

poteva farsi venire il mal di pancia

da un’altra parte

in mare aperto

contorcersi e spaccarsi

e invece ha sfiatato veleni

e s’è rimpallata con l’onda

ai piedi

della Madonna della Lettera[4]

 

Tutto, nella parola di Iolanda Insana è tellurico: Lei sa cosa sia un movimento di terra che diviene movimento di viscere del sentire così come conosce il rapporto tra maceria e memoria ed è incredibile il modo in cui riesca a coniugare movimento di terra e movimento di parola. Ogni Sua parola è ciottolo, scheggia, pietra divelta. Ma Lei conosce le fiumare e le corse verso i rifugi durante i bombardamenti e i giochi tra le macerie e la ricerca dello spazio all’aperto. Ogni movimento esistenziale, in Insina, è di tensione in avanti, è la sua vita a sguantare grammatica e lei segue ritmo e respiro annodando l’impensabile.

Tra gli strumenti del Suo andare nell’universo linguistico, centrale il ruolo avuto dagli studi di filologia che rendono possibile smussare ma –soprattutto- trattenere l’animalità come eco profondo all’interno della parola, animalità come cassa primigenia della comunicazione tra umani. Ogni parola pare giungere sempre da lontano e mantenere il suono che l’ha definita mentre l’amigdala ne segnava segno sulla roccia di pareti-ventre. La Sua poesia è dentro la radice dell’esperienza vissuta, attraversata, bestemmiata. Nella Sua esistenza sperimenta la libertà e la bellezza del primigenio all’interno di una fanciullezza in cui l’ordine disfatto dalla guerra la obbliga a stare nel precario, nei luoghi aperti, nella geometria della natura con le sue forme precise d’esplosione cromatica. Saranno questi elementi a costituire una memoria cellulare cui attingere impavida, una vora di selvaggio che andrà al di là della fine formazione classica appartenutaLe.

Leggere segni e pieghe dell’esistenza, indagare la vita come sacerdote su di una ziqqurat, sempre sprofondata ad indagare buio di notte, indagare nella Sua poesia è perdersi in rotte inusuali dell’anima.

Gli affreschi dei Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina, sono equivalente dei calchi in gesso realizzati tra gli scavi della Pompei del 79 d.C. grazie alla tecnica di indagine di Amedeo Maiuri. La vita si ferma nell’attimo preciso in cui viene fissata nel verso e consegnataci nella torsione del dolore estremo.

Accurrìti accurrìti gente/ me figghia me figghia/ portate una scala/ me figghia/ accurrìti accurrìti7 u focu u focu sa mancia/ viva/ a fini du munnu/ a fini da so vita/ viniti curriti/ ‘na scala/ tièniti tièniti/ figlia[5]

Di bellezza sfrenata il sentire di Iolanda Insina, un Sud dell’anima tutto consono e interno alla radice magno-greca quale filtro del sentire e del comprendere in un orizzonte in cui nulla è sbiadito e sussurrato, tutto e accesso e urlato con un contenimento che rende la Sua scrittura di fine drammaticità, di imponente passione nella Sua capacità di fare propria l’intera coralità della mediterraneità.

 

 

[1] Iolanda Insana, Cronologia delle lesioni 2008/2013,  Luca Sossella edizioni, 2017, p. 37.

[2] Ivi, p. 60.

[3] Ivi, p. 40.

[4] Ivi. p. 36.

[5] Ivi, p. 31.

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