L’Eros in gabbia di Cosimo Rodia, Tabula fati

di Giulia Notarangelo

 

Originale l’idea dei dialoghi tra due amanti separati dal lockdown.

Un’ulteriore prova di come la poesia cerchi e si faccia spazio anche nelle situazioni più impensate e inimmaginabili come la recente pandemia.

I dialoghi potrebbero considerarsi una medaglia a due facce in quanto unico è il sentire che le accomuna.

Nuovo e antico, antico e nuovo convivono così e l’amata diviene, ”vestale senza tutorial, con la conchiglia magnogreca in mano o Psiche o la  bimba che passeggia sul cornicione di un  grattacielo” (p.16).

Ma l’ Eros è anche  promessa di un brandello di  Eden con i desideri che alimentano i sogni (p.19).

Il  dialogo n. 6 contiene il retroterra culturale  e il senso della silloge: un felice sincretismo tra mito e realtà, tra  passato e presente, tra vita vissuta e vita da vivere. Modernità  e classicità sullo stesso piano.

Tutto è condito dalla nostalgia tra i due amanti e dall’attesa, in una sorta di continua tensione a raggiungersi e a unirsi (p.13).

I primi dieci dialoghi, quelli della speranza-attesa evidenziano un cromatismo dalle tonalità cangianti: sfumate, accese, evanescenti, a seconda delle circostanze, persino nello stesso dialogo.

Dalla seconda decina in poi fino alla fine, la speranza-attesa diviene actio ipotizzata agognata e sognata, quasi cinematograficamente vissuta, attraverso il filtro del verso in un saliscendi di immagini, di allusioni tra dico non dico, vedo non vedo.

La melodia del verso riporta a Pascoli e D’Annunzio. Il MITO ben si coniuga con la realtà che si sta vivendo e la quarantena diviene occasione di canto (p. 32).

Abilità tecnica, uso ininterrotto di metafore germogliano in un’enfasi che sa di Barocco.

È del poeta il fin la meraviglia”.

L’intento del poeta può considerarsi, al di là dell’Eros, un invito incessante  ad agire e a re-agire.

Assente-presente la punteggiatura solo per il fiorire di punti esclamativi a fine strofa quasi a rimarcare l’emozione di chi scrive che cerca continuamente condivisione, come osserva nella presentazione Daniele Giancane.

Dal dialogo n. 40 in poi la girandola o meglio la giostra multiforme di metafore acquista velocità dall’Eros che da attesa-desiderio diviene realizzazione, se pur prefigurata, e nella sua fenomenologia tocca la storia, la danza, la musica, la botanica e, dulcis in itinere, il MITO.

Non mancano le metafore marine tra cui quelle del naufrago (p.60). Il culmine viene raggiunto con un accavallarsi di immagini come  “navigare oceani/per riapprodare infine fausto/del viaggio inaspettato”.

Sembra di assistere a un rituale pagano in  un’ibridazione che vede assieme e a fianco sacro e profano con la figura muliebre che da “ancella disciplinata, chierica attenta, sorella e amica, serva dei desideri primitivi” si tramuta, mettendo da parte la dolcezza, ”in lupa insazia e violenta tigre del deserto“ (p. 63).

Adoro la poesia breve, quella che ti fa pensare, quella che allude ed eludendo in-canta.

La sacralità dell’Eros consente svariati itinerari ed uno spaziare sincretico: ”Ho cercato l’apoteosi[…]ma sono stata come lo schiavo nel mito della caverna” (p. 69).

Ma non è la POESIA una sorta di laica religione mista di ascetico e di ricerca-riflessione  che può condurre ad una presa di coscienza sul SÉ e sull’ESISTERE in generale?

E l’incipit della silloge ben lo lascia supporre nelle parole della amante-amata: “Il lockdown lo batteremo/con la forza del pensiero/sublimando il desiderio.”

Il finale ci lascia in sospeso con il suo : “dopo la bestialità/il resto è un cerino/nell’animo fosco”.

 

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