La Rochelle: La mancanza di assoluto nei surrealisti

di Sandro Marano

 

«Poiché la funzione essenziale, la funzione umana per eccellenza che è offerta agli uomini come voi, arditi e difficili, è questa di cercare e trovare Dio.»

(da Lettere aperte ai surrealisti, Robin edizioni 2016)

 

Così scriveva Pierre Drieu La Rochelle nella prima delle sue tre lettere aperte ai surrealisti pubblicata nell’agosto del 1925 sulla Nouvelle Revue Française e intitolata Il vero errore dei surrealisti. In essa lo scrittore francese prendeva risolutamente posizione contro la loro conclamata adesione al comunismo.

Drieu aveva stretto dopo la guerra legami di amicizia con Aragon e con gli altri surrealisti, pur non aderendo esplicitamente al loro movimento. Credeva che la loro rivolta contro la società borghese del tempo fosse una cosa seria e non, come poi ebbe modo di osservare, una buffonata da teatro. Credeva insomma alla genuinità della loro ricerca di assoluto. Ma dovette ricredersi.

Così prosegue lo scrittore nella lettera: «In Europa abbiamo completamente perduto il senso dell’assoluto; io speravo che il vostro gruppo, malgrado le strade percorse, spesso futili, avesse abbandonato la massa per poter risalire verso questa sorgente che è l’unica feconda. Sì, io speravo che foste qualcosa di più che semplici letterati, credevo che foste degli uomini per i quali scrivere è azione; e voi sapete che ogni azione è indirizzata verso la ricerca della salvezza.»

La lettera segnò il definitivo distacco dello scrittore dai surrealisti e la rottura della sua amicizia con Aragon. Ebbe infatti strascichi polemici e velenosi, perché Aragon e i suoi, anziché restare sul piano delle idee spostarono la polemica sul piano personale.

Così nella terza lettera ai surrealisti pubblicata su Les Dernier Jours l’8 luglio 1927 a Drieu non restava che ribadire: «voi avete abbandonato  il cammino della verità, vi siete inoltrati nelle strade della menzogna del secolo… voi chiudete gli occhi all’orizzonte metafisico e entrate risolutamente in un realismo quotidiano senza capo né coda».

Alla base di questa polemica c’è il diverso atteggiamento spirituale di Drieu rispetto ai surrealisti. Nella sua ricerca spirituale di un assoluto, di un senso della vita, Drieu non giunse mai al cattolicesimo, che pure costeggiò, ma ad un misticismo di sapore orientale. Ai surrealisti che si erano tanto adontati perché Drieu aveva usato la parola “Dio”, lo scrittore faceva notare che quella parola rappresentava per lui non un Dio persona, ma la profondità del mondo, il divino.

Così riassume la questione il saggista Pol Vandromme, che dedicò a Drieu un magnifico saggio biografico: «Sia con i dadaisti (verso il 1921) sia con i surrealisti (negli anni dal 1924 al 1925) Drieu non si trovò mai a suo agio: egli possedeva il senso del rispetto, mentre i suoi compagni non avevano che quello della parodia. Egli volle saggiare la sua energia spirituale, mentre gli altri membri del gruppo volevano solo rompere tutti i limiti, distruggere ogni legame, scatenarsi. […] Si era avvicinato a Breton per non cadere nella palude dell’imborghesimento, per vivificare la disperazione in cui viveva. Ma Breton si era imborghesito nel modo peggiore possibile, legandosi strettamente al partito della disciplina e del conformismo» (da Pierre Drieu La Rochelle, OAKS 2021).

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