La variabile umana di Elisabetta Stragapede, LiberAria, 2022

di Sandro Marano

 

La variabile umana è la seconda raccolta di versi di Elisabetta Stragapede. La poetessa, che vive a Ruvo di Puglia e lavora nel campo editoriale, promuove tra l’altro la lettura attraverso l’associazione in folio, da lei fondata e diretta.

Le composizioni poetiche di questa silloge sono suddivise in cinque sezioni intitolate come nel gioco infantile a nomi, cose, città, mestieri, parole. E questa intitolazione non è un capriccio dell’autrice, ma risponde ad un preciso disegno. Infatti di fronte allo stato di crisi dell’uomo d’oggi – pare suggerirci la poetessa – dobbiamo tornare al fanciullo che è in noi, oscurato e bistrattato, per ritrovare l’umanità perduta, ovvero, per dirla con Mogol e Battisti, ciò che costituisce l’“umanamente uomo”.

Un’altra particolarità di questa silloge è che, esclusa la prima sezione dove tutte le poesie hanno per titolo dei nomi propri, nelle altre sezioni le poesie non hanno titolo salvo l’ultima di ogni sezione, quasi a voler sottolineare un flusso continuo, con un percorso a tappe che la poetessa vuole intraprendere col lettore. Il suo linguaggio poetico è secco, chiaro, a volte duro. Abbondano le immagini della civiltà contadina.

«Urgono storie», scrive la Stragapede nella bella poesia dedicata al padre. E la poetessa, come ha osservato nella postfazione Anna Toscano, ha saputo intrecciare «la propria storia minore e le altre minori, tessendo così, movimento dopo movimento, una storia che è quella del mondo».

Così spiccano nella prima sezione le composizioni intitolata a Delia e a Ciccillo. Delia è la celebre donna preistorica ritrovata in una grotta presso Ostuni, morta nell’ultimo stadio della gravidanza, la cui aspirazione alla maternità fu tragicamente frustrata. Ma, per la Stragapede, Delia diviene anche il simbolo di un fallimento generale, quello di non riuscire a generare un’umanità nuova e migliore: «Mi sono accovacciata / per partorirvi nuovamente / rigenerarvi / canne pensanti perfettissime. / Ho fallito». 

Ciccillo invece è un padre fortunato perché i suoi figli contadini ne hanno raccolto l’eredità:

«Niente andò perduto

nel nitore della tua assenza

i tralci abbracciarono le dita

e la fatica le radici.

Niente andò dimenticato

l’odore rimase vigile

ad abitare la casa

e il cardo rifiorisce discreto».

Sennonché, come scrive poco più oltre in un’altra lirica la Stragapede, «i conti con la realtà non tornano più». La civiltà contadina sembra ormai spazzata via dall’avanzare del “progresso”: «Dalle mie parti l’acqua / luccica poco nei campi / quella degli acquitrini / se l’è portata via il cemento», mentre «della roverella maestosa / resta l’ombra del canto / il sordo richiamo / del cane che nuvola / intorno al pastore». Cosa possiamo fare di fronte a questo cupo scenario? Ci aiuterà forse la memoria, come pare adombrare in una delle sue più intense e riuscite composizioni la poetessa?

«Nel fumo

di una casa andata in fumo

un bambino col pallone in mano

una musica che viene da lontano

una strada poco molto trafficata

una donna con la borsa della spesa

una porta lasciata socchiusa

un paiolo che borbotta digiuno

una nuvola di fumo».

Lo sguardo disincantato della Stragapede si volge poi alla crescente difficoltà nei rapporti umani, che pare non risparmiare nemmeno i coniugi:

«I miei occhi glauchi

e i tuoi terrei

ogni mattina s’incontrano.

Mi sorridi

e ci auguriamo il buon giorno.

Poi tutt’e due ci svestiamo

e ci scambiamo le vite.

Tu svolti in fretta

verso il palazzo di carta

io resto ferma

davanti alla chiesa

con la palma rivolta».

Ed uno sguardo pietoso la poetessa volge anche alla prostituta, alla ragazza che «sta / sulla rotonda / dentro l’epidermide / avvilita di canto» e che invoca la Madonna, la «Madre della polvere» perché l’aiuti ad andarsene.

Di fronte al declino dell’uomo resta la parola del poeta che è certo «un grido indignato» (Nicola Vacca), ma col tempo diviene sempre più flebile e mesto. Quel canto, che è «un canto secco / di scorze in gola / di arature / sulle dita / un fascio di domande / abbandonate / sui muretti a secco».

Lascia un commento