Tutte le cose che chiudono gli occhi di Annalisa Ciampalini, peQuod, 2023

di Anna Rita Merico

Una raccolta di testi impregnati di leggerezze e linee geometriche, stagliate nello spazio di una natura priva di eccessi e tutta accovacciata nel perfetto di un calcolo che la delimita. Un libro che sa di antico pur mostrandosi nel pieno di un presente percepito vivo ma non sempre guardato alla luce. Quello di Ciampalini è un presente che l’Autrice guarda dal dentro di ombre che nascondono per svelare. Sguardo lento. Sguardo fondo. Sguardo verticale nelle altezze lucide dell’animo umano.

 

Mai vorrei occupare

uno spazio più grande di questo.

Sottrarre ai fiori il colore

sconvolgere la calma del bosco d’autunno.

I miei sono luoghi piccolissimi

punti in fuga

a stento trattenuti dalle foto.

Ho poche pietre, pochi oggetti

una minuscola vita.

Mi assopisco nell’anima

di chi sente nell’alba un presagio,

guardo la sua mano, altissima, nel cielo

senza chiedermi come

sia diventata luce.

Sono in economia di me stessa. Ogni membrana si arrisica in spazio minuto. Ciò mi lascia vibrare, fremito violento e desiderio di slabbramento, di allargamento, di distensione molle e morbida in me. Passa un fremito veloce, ancora, pennino vibrante che empie di tuono ed io mi colmo di rabbia. E io vorrei fremere nella morte finale del gesto che distrugge colore a petalo, nel gesto che lascia vorticare il dentro dei boschi rendendolo marasma di forze. Sono in economia di me stessa. Qualcosa mi ha rattrappita, incurvandomi ossa e intenti. Mi spalmo in uno spazio minuto. Quasi non vedo la minuzia. Chiusa nelle rete esatta di una prospettiva che si bersaglia in punti di fuga colati in foto che trattengono e rifrangono. Tutto è poco, minimo, ristretto, minuscolo, impuntito nel minore… anche la mia vita arricciolata nel sopra di un minuscolo truciolo. Mi acquatto nel pensiero della Creazione. Una Creazione severa fatta di pochi, stagliati oggetti. Mi raccolgo tutta intera nell’anima e attendo presagio accompagnato nell’alba che verrà. Dall’angolo interno della palpebra parte un pensiero e vedo squarcio altissimo nel cielo, una lama di luce perfora spazio immenso e non so se anima o mano sia aperta all’immenso mentre guardo l’oceano della luce e il mio essere in economia esplode raggiungendomi la bocca lasciandomi nelle schegge di un nuovo che mi striscia intorno, che ridà colore al colore, che… Sono nell’immenso di uno spazio. Ogni mia economia ha trasmutato il proprio segno. Mi creo. Mi nasco.

 

C’è sempre

un tempo piccolissimo negli occhi

una forma d’innocenza, forse solo smarrimento.

L’iride segnato da linee temporali minute. Linee che segnano l’orbita del secondo in cui accoccolarmi. Cosa taglia questo scarto e questa sospensione d’attesa? Mi sospendo da ogni mia età. Affondo nel cuore dei miei stessi occhi, nel rimpicciolimento di una frazione temporale che mi sommerge smarrendomi in innocenze sospese che mi additano una soglia da oltrepassare. Soglia di nuovo. Soglia di avvicinamenti nel tempo dello sguardo. Apro, chiudo palpebra. Mi copro di innocenti veli ma… se fosse solo smarrimento, perdita di linea, frazionamento di labile materia? È un tempo piccolissimo, un tempo di bave doppie negli occhi. È un tempo di nebbie lì dove smarrimenti e innocenze s’affiatano…

 

Il verso devoto al fiume

giace presso un perenne scorrimento

e alberi mossi

da un respiro che sale.

È un verso di superficie

memoria d’altura, desiderio di resa.

lo sguardo teso verso l’altra riva.

Il piccolo, l’andare, la tensione, la lentezza, il millesimale del gesto, il lento movimento dell’alito ventoso. Di ciò nutro il mio verso spostandomi verso il margine del dire. Mi genero, lenta, nelle soglie di passaggi che segnano il nuovo lasciandomi nel ventre di creazione mai ultimata. Verso zampilla sorgivo afflosciandosi nell’andare eterno dello scorrere. Verso d’acqua che resta nel sopra. Verso d’acqua che chiede leggerezza e respiro di luce. M’involtolo nella vita, mi arrendo al Suo limite. Aquila alta, traghetto arco teso e annudo sguardo di dentro. Sono all’unisono con lo scorrere infinito. Ne rapisco l’antico. Ne cavalco l’oggi. Sorgive in trasparenza mi chiudono gli occhi. Sono nel flusso del ciò che chiude per aprire altrove. Antico gesto dell’aedo cieco che nutre visione nel non vedente che scorge mondo. Scavo tutto il profondo nel sopra della pelle che chiede nudo pensiero. Perenne scorro e stringo la mia Ofelia rigenerata che mi scorre morbida segnando un nuovo di rinascita non ancora svelata. Nuovo segnato da una tensione tutta dipanata nella palpebra chiusa di uno sguardo. Sono arresa al limite della pelle che ri-disegna il confine. Apprendo limite e sconfino all’altra riva beandomi di un opposto che mi trasforma in arco teso, perenne scorrimento. Ancora.

 

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