La tragica allegrezza di Soffice

di Sandro Marano

  

«Ozio dolce dell’ospedale!

Si dorme a settimane intere;

Il corpo che avevamo congedato

Non sa credere ancora a questa felicità: vivere.

Le bianche pareti della camera

Son come parentesi quadre,

Lo spirito vi si riposa

Fra l’ardente furore della battaglia d’ieri

E l’enigma fiorito che domani ricomincerà.

Sosta chiara, crogiuolo di sensi multipli,

Qui tutto converge in un’unità indicibile;

Misteriosamente sento fluire un tempo d’oro

Dove tutto è uguale:

I boschi, le quote della vittoria, gli urli, il sole, il sangue dei morti,

Io stesso, il mondo,

E questi gialli limoni

Che guardo amorosamente risplendere

Sul mio nero comodino di ferro, vicino al guanciale.»

 

Il mio primo incontro con la poesia di Ardengo Soffici avvenne all’ultimo anno del ginnasio grazie ad un’antologia che riportava questo suo testo intitolato Ospedale da campo 026. L’immagine mediterranea di quei gialli limoni, simbolo di forza ritrovata nella convalescenza, di gioia di vivere, di “un tempo d’oro”, si impresse profondamente nel mio animo e mi rivelò un modo di fare poesia genuino, fresco, lontano dall’artificio e dalla retorica di D’Annunzio o di Montale.

Questa poesia fa parte di quei «bei versi germogliati dalla prosa del Kobilek», che era il giornale di battaglia pubblicato dall’autore nel 1918, «tragicamente allegri nella loro indubbia freschezza e novità lirica», come scrive Mario Richter nella sua Introduzione al carteggio Papini-Soffici. Questa poesia insieme ad altre sparse furono poi raccolte nella sezione Intermezzo del volume Marsia e Apollo edito da Vallecchi nel 1938, che raccoglie l’intera e non ingente produzione poetica di Soffici, che comprende oltre a Intermezzo, le poesie giovanili, i Bïf§zf+18 Simultaneità e Chimismi lirici del 1915, le poesie posteriori ad Intermezzo.

Le poesie di Intermezzo, tra cui spicca Via, dedicata all’amico Palazzeschi, segnano il passaggio di Soffici dal futurismo al neoclassicismo, il cosiddetto “ritorno all’ordine”. Analogo processo si registra nella sua pittura dove il cubismo/futurismo lascia il posto ai paesaggi dell’amata campagna toscana.

Molti critici ritengono che in Soffici ci sia uno iato tra i due momenti, quello dell’avanguardia e quello del ritorno all’ordine, tra il periodo “anarchico” e quello “fascista”. Sennonché, a ben guardare, il suo “anarchismo” non era ideologico, era piuttosto aristocratico ed esistenziale, era meno utopismo che insofferenza al vecchio  sclerotizzato mondo politico e il suo “fascismo” era di natura nazionalpopolare, “strapaesano”, non fu mai scevro di spirito critico. Tra i due periodi c’è dunque una stretta relazione come quella che lega il sereno alla tempesta.

Osserva a questo proposito non a torto Aurelia Accame Bobbio: «Rifiutando la base materialistica il suo richiamo all’ordine tendeva a fondarsi già prima dell’avvento del Fascismo al potere su quei valori tradizionali della civiltà italiana dalla religione alla famiglia, dall’economia prevalentemente agricola all’arte rinascimentale, valori che la politica del Regime pareva assecondare».

Non per niente, per la sua scelta di non vivere in città, ma sobriamente in una contrada della campagna toscana, Soffici, che sosteneva con convinzione la politica del regime fascista di “ritorno alla terra”, fu definito “l’uomo del Poggio”.

 

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