Residuo del sacro nella poesia

di Sandro Marano

 

A che punto è la notte?

Forse è questa la terribile domanda cui oggi siamo chiamati a rispondere. Riflettevo su questo mentre leggevo uno strano libro di aforismi di Guido Ceronetti – un irrimediabile pessimista alla Cioran – intitolato “Insetti senza frontiere” (2009). Parlando della poesia, cui forse è affidato ciò che resta del sacro, Ceronetti scrive nell’aforisma n. 236: «La grande poesia è filosofia con l’aggiunta di un paesaggio dove qualcuno, in solitudine fraterna, grida. L’insieme è regolato da uno spartito musicale senza regole – per un unico strumento a corde (la voce)».

Per quanto mi riguarda, sono convinto che nella poesia autentica ci sia sempre un nucleo filosofico. Soffici non diceva viceversa che la grande filosofia, in fondo, è poesia? Bella è, senza dubbio, l’immagine della voce che grida «in solitudine fraterna»; dunque, la solitudine è temperata e contrastata dalla fraternità del gridare, dell’indignarsi!

Di più, il poeta assomiglia al profeta, ad una vox clamans in deserto! E potremmo aggiungere al poeta l’ecologista dei giorni nostri. Qui traspare inconsciamente la vocazione di Ceronetti, che era un pregevole traduttore dei libri biblici, in particolare dei Salmi e dell’Ecclesiaste. E senz’altro possiamo paragonare quest’autore – e di questo forse si sarebbe compiaciuto – ad un profeta inascoltato della nostra epoca.

In un successivo aforisma (il n. 246) dopo aver affermato che «L’ecologia non è roba per governi, spenzola nel vuoto dalle ringhiere politiche. Il pensiero eco-politico esiste in barlumi dispersi. L’economia figuriamoci…», proseguiva osservando che «la palla finisce nelle buche della religione, che non può smuovere i governi, ma potrebbe convertire, guidare, risvegliare, eccitare alla guerra eco-santa escatologica irresistibili moltitudini». Purtroppo, concludeva, «la vocazione della religione tradizionale è di non intralciare, e di favorire quando può, il lavoro del male. Perciò scacco matto, il re (la vita della terra) è ormai morto». 

Quando Ceronetti scriveva questo aforisma non era ancora uscita l’enciclica di papa Francesco Laudato sii che costituisce una netta presa di posizione della chiesa cattolica a favore dell’ecologia. «Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio», scrive papa Francesco.

D’altra parte, è difficile oggi non consentire al pessimismo di Ceronetti, specie quando si vede la terra sempre più devastata e il mare diventato un immenso immondezzaio punteggiato di plastiche varie (ricorderò sempre con orrore il tratto di mare che percorsi col traghetto da Napoli a Capri soltanto qualche anno fa).

Sennonché, non riesco ad alzare bandiera bianca, a limitarmi alle geremiadi o alle prese d’atto; non posso, malgrado tutto, non combattere; e torno al punto di vista di Drieu, alla sua filosofia della storia, formulata in vari saggi tra cui spicca “Appunti per comprendere il secolo” (1940), secondo cui il pensatore non si stupisce di nulla, perché conosce le leggi della vita e aspetta il ritorno delle stagioni: «È proprio della decadenza e della dignità umana sapere che ciò che inizia finisce; in tal modo essa si risparmia delusioni infantili. Lasciate da parte lo stupido e rigido orgoglio dell’idea di progresso e tornate di nuovo alla più comprensiva filosofia delle stagioni. Quest’ultima è più conveniente e più utile, perché allora potrete scorgere che laddove una cosa muore un’altra rinasce».

 

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