La scuola che vorremmo

di Italo Spada

 

Solo chi vive fuori dalla scuola, o chi ha paura di uscire fuori dai programmi ufficiali conserva dell’istituzione un’immagine vecchia e stantia. In realtà e per fortuna, invece, da un po’ di tempo si assiste ad una fioritura di iniziative che rinnovano di fatto l’insegnamento e i programmi.

Stanchi di aspettare direttive dall’alto, molti docenti (con o senza l’avallo di direttori, presidi e organi collegiali) hanno di fatto modificato i programmi delle discipline curriculari, o svolto attività extracurriculari di rilevante interesse. Queste attività – probabilmente perché  sono svincolate da interrogazioni e voti – suscitano grande interesse negli alunni e contribuiscono in modo determinante ad una formazione più ampia ed articolata.

Il cinema, a tale riguardo, ha sempre svolto il compito di regi­strare e di anticipare le innovazioni contenutistiche e metodolo­giche. Lo ha fatto scherzandoci sopra e suscitando riflessioni, suggerendo nuove strade e criticando proposte didatticamente pericolose, trasferendo iniziative da un paese all’altro e provo­cando la nascita di nuove idee.

 

Cronologicamente il primo posto spetta alla politica, che ha sempre trovato il modo di entrare all’interno dell’aula.  Già in All’ovest niente di nuovo (All Quiet on the Western Front) (1930), Lewis Milestone aveva denunciato l’errore commesso da un docente tedesco che, allo scoppio della prima guerra mondiale, convince i suoi giovani allievi ad arruolarsi volontariamente e a morire al fronte. Molti altri film, in seguito, si presenteranno come espli­cite accuse alle ideologie belliche e razziste del fascismo e del nazismo che, penetrando tra i banchi di scuola, distruggono affet­ti e sentimenti di amicizia. Si pensi – tanto per citare due film di grande successo – a Il giardino dei Finzi Contini (1970) di Vittorio De Sica e ad Arrivederci ragazzi (Au revoir les enfants)  (1987) di Louis Malle.

 

Sempre nel campo dell’impegno sociale, dietro l’onda della conte­stazione del Sessantotto e facendo ricorso ancora una volta ai toni caustici peculiari del suo cinema,  Luigi Zampa realizza, nel 1970, il film ad episodi Contestazione generale, all’interno del quale (esattamente negli episodi Concerto a tre pifferi e Univer­sità) viene riproposto il problema della scuola scossa dalle ideologie politiche di docenti e alunni. Nel primo, infatti, si racconta la storia di un padre che, convinto dal figlio capellone e poco studioso, si ribella al proprio datore di lavoro, viene da questi licenziato e decide di impartire al giovane contestatore una lezione di vita facendogli trovare a tavola una invisibile “pasta al piffero”; nel secondo, è documentata una ben nota scena di quel periodo: studenti che occupano l’università e che, invece di  reagire all’intervento delle forze dell’ordine, si lasciano trasportare a braccia fuori dall’aula.

 

Anche Mauro Bolognini affronta i conflitti scolastici di quegli

anni, ma lo fa in chiave drammatica, raccontando in Imputazione

di omicidio per uno studente (1972) la storia di un ragazzo poli­ticizzato, figlio di un giudice, che durante una manifestazione di piazza uccide un suo coetaneo.

 

Dalla contestazione del Sessantotto agli anni di piombo: in Colpi­re al cuore (1983), Gianni Amelio affronta il problema del terro­rismo che, partendo dalla scuola, penetra nella famiglia. Protago­nista di questo film è un docente amico di alcuni brigatisti che viene “tradito” dal suo stesso figlio e da questi denunciato ai carabinieri.

 

Politica a scuola anche in Anni ribelli (1994), dove Rosalia Polizzi narra la crisi di una ragazza (Laura), figlia di genitori

italiani, che vive in Argentina nella metà degli anni Cinquanta, quando il governo Perón stava per essere spazzato via. Capita dalla madre, ma completamente succube del padre autoritario, Laura, grazie alle lezioni della sua professoressa di sinistra, trova la forza di reagire e di ribellarsi al genitore.

 

Ma non è solo la politica ad intrufolarsi tra i programmi ministe­riali. Motivati da personali attitudini e convinzioni, o provocati da esplicite richieste degli alunni, molti docenti hanno introdot­to nella loro didattica approcci originali alle discipline tradi­zionali e sperimentato nuovi canali per trasmettere la cultura.

 

Sono la musica, il teatro, la poesia e lo sport a suscitare i maggiori interessi. E se ne  Gli indiavolati (Rock, Pretty Baby) (1956) di Richard Bartlett l’idea di formare all’interno della scuola un complesso musicale parte da alcuni alunni amanti del rock’n’roll e desiderosi di prendere parte ad un concorso, nel recente Goodbye Mr. Holland (1995) di Stephen Herek è il docente a introdurre a scuola il rock, rivoluzionando la mentalità degli alunni e scandalizzando (soprattutto e ovviamente) la presidenza.

 

Politica, teatro e poesia si mescolano in Petofi 73 (1973), un film di Ferenc Kardos. Agli alunni di un liceo ungherese l’occa­sione per allestire uno spettacolo drammatico, con balli e canzo­ni, è data, questa volta, dalla ricorrenza del 150° anniversario della nascita di Petofi. La manifestazione diventa anche contesta­zione a desueti programmi scolastici e così essi non celebrano nel loro spettacolo solo l’eroe nazionale che muore combattendo contro i russi, ma anche il poeta romantico che canta la libertà.

 

Sport e scuola – con tutte le distinzioni che i due termini com­portano quando si mettono a confronto l’Inghilterra e l’Italia meridionale – hanno interessato sia Hugh Hudson in Momenti di gloria (Chariots of Fire) (1981), che Luigi Comencini in Un ragaz­zo di Calabria (1987). Nel primo film, l’amicizia di due studenti podisti britannici che partecipano alle Olimpiadi del 1924 deve fare i conti non solo con la sana competizione sportiva, ma anche con le opposte credenze religiose; nel secondo, invece, la “lotta” è interna alla famiglia e al paese, giacché il piccolo protagoni­sta, che ha più passione per la corsa che per lo studio, prima di partecipare ai Giochi della Gioventù e tagliare da vincitore il traguardo, deve superare l’ostacolo di un padre che, a differenza dello sciancato e improvvisato allenatore, non vuole che suo figlio anteponga l’atletica ai libri.

 

Verso una nuova didattica completamente rivoluzionata vanno, invece, tre docenti di altrettanti film.

Il primo è il protagonista di Diario di un maestro, prodotto (e proposto come sceneggiato televisivo) dalla RAI nel 1972 per la regia di Vittorio De Seta. Il maestro del titolo opera nella borgata romana del Tiburtino e si accorge ben presto che, se vuole incidere nella vita dei suoi ragazzi, non può aspettarli in clas­se. Non sarà semplice per lui, ovviamente, superare tutte le difficoltà burocratiche e vincere le diffidenze delle autorità restie, da che scuola è scuola, a sperimentare nuovi metodi.

 

Non avrà vita più facile il professor Keating, protagonista del fortunato L’attimo fuggente (Dead Poets Society) (1989) di Peter Weir, la cui trama va ricordata più dettagliatamente.

All’apertura del nuovo anno scolastico, nel Collegio di Welton del Vermont, noto come il miglior luogo preparatorio di tutti gli Usa per l’attaccamento alle tradizioni e per la severità degli inse­gnanti, arriva un nuovo docente di letteratura: il professor Keating. Entusiasta di Walt Whitman, egli si pone immediatamente all’attenzione dei suoi alunni sia per il modo come si presenta (fischiando, portando i ragazzi fuori dall’aula, facendoli alzare in piedi e invitandoli a strappare le pagine del libro), sia per le sue originali lezioni sulla poesia. Dopo aver convinto i ragaz­zi che “le parole e le idee possono cambiare il mondo”, il profes­sor Keating, che fra l’altro è un ex allievo della stessa scuola in cui adesso insegna, rivela ad essi l’esistenza della “setta dei poeti estinti” che, ai suoi tempi, era solita riunirsi in una remota grotta  per nutrirsi di poesia e per allenarsi al libero pensiero. I ragazzi, ai quali il docente ripete “osate cambiare; cercate nuove strade”, all’insaputa dei superiori emulano le gesta della setta dei poeti estinti e prendono coscienza delle loro capacità. Uno di essi, in particolare, trova il coraggio di ribel­larsi a un padre dispotico, seguendo la sua passione per la reci­tazione e preferendo suicidarsi anziché contrastare l’ottusità del genitore. Scoppia lo scandalo e il professor Keating, ritenuto colpevole di avere sconvolto una tradizione intoccabile e  di avere, anche se indirettamente, spinto i ragazzi alla ribellione, viene rimosso dal suo incarico. Quando egli sta per lasciare definitivamente la scuola, però, i ragazzi trovano il coraggio di manifestargli, ancora una volta e nonostante le minacce del presi­de, il loro ringraziamento.

L’attimo fuggente, ambientato nel 1959, rappresenta una sfida alle tradizioni scolastiche. La sfilata di apertura in occasione della cerimonia di inizio anno, il vessillo con la scritta “Tradition”, il discorso del preside e l’intransigenza di un genitore autorita­rio, vengono messe in discussione da un docente che rivendica, per sè e per i suoi alunni, libertà di pensiero. L’abilità del docente è quella di trasformare tutto in insegnamento: lo sport, l’amore, la timidezza, la musica, il modo di camminare, la compilazione del giornalino scolastico, lo spettacolo teatrale…  Ma fino a quale punto è concesso rivoluzionare una prassi centenaria? E a che prezzo? Il professor Keating (“capitano” di un plotone di bravi ragazzi) sa di rischiare sulla sua pelle e accetta una sfida che, pur costandogli il posto di lavoro, gli darà la soddisfazione professionale ed etica di avere operato per il bene dei suoi alunni.

 

“Al di là delle qualità artistiche, (si legge nel Dizionario dei film, a cura di Paolo  Mereghetti, Baldini & Castoldi) il film  ha un grande merito: aver scatenato l’immaginario pedagogico di tutta una generazione costretta a subire una pedagogia che di immagina­rio non ha più niente.”

 

E all’esaltazione di una nuova pedagogia si ispira anche un video di soli 38 minuti – Oggi è un altro giorno (Milano 1945-1995) – prodotto dall’assessorato alla Cultura della Provincia di Milano e dal Centro regionale per i servizi didattici e audiovisivi e realizzato nel 1995 da Bruno Bigoni e Giuseppe De Santis. Molto probabilmente il grosso pubblico non avrà mai l’occasione di vederlo (il video circola soprattutto nelle scuole della Lombar­dia), ma vale la pena accennare ugualmente al suo contenuto. Un professore, per far conoscere ai suoi alunni alcuni luoghi segnati dalla lotta partigiana, organizza un giro in bicicletta e svolge la sua lezione dove fu ucciso Eugenio Curiel e dove operava la banda Koch. I ragazzi ascoltano, intervengono, spiegano che cosa significhino per loro, oggi, le parole Resistenza, Libertà, Guer­ra, Dolore, Morte.

Già alcuni anni fa, Ivan Illich, dopo aver constatato che “tutte le informazioni sono al di fuori della scuola” e che “le nostre scuole non sono più adatte per le generazioni dell’epoca dell’elettricità”, aveva lanciato un provocatorio appello: “Elimi­niamo le scuole; mandiamo i ragazzi per la strada: impareranno più fuori che dentro la scuola.”

Non sarà che il cinema ha assimilato questo concetto molto prima della stessa istituzione scolastica?

 

 

 

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