Nietzsche: filosofo o poeta?

di Sandro Marano

 

Con Federico Nietzsche entra in scena una nuova figura di filosofo, quella del pensatore-poeta. Avevano già colto per primi questo peculiare carattere Benedetto Croce e Benito Mussolini. Il primo, pur negando il valore della sua filosofia, riconosceva che Nietzsche era «un filosofo, che era piuttosto un poeta e portava nel cuore l’anelito alla purezza e alla grandezza» (1); e il secondo scriveva: «Nietzsche era un poeta e la sua opera è il poema eroico della sua vita» (2).  Anche Pierre Drieu La Rochelle aveva notato come il pensiero di Nietzsche fosse piuttosto «pensiero di poeta, più efficace ed irresistibile sugli artisti ed i politici di un pensiero di filosofo» (3). E qualche anno dopo lo scrittore francese ricorderà che al momento della guerra del 1914 mise nel proprio zaino una copia dello Zarathustra che gli aveva regalato tanti anni prima la madre: «Non era certo per spirito di stravaganza o di contraddizione, per il piacere di portare con me la più alta poesia tedesca, nel momento in cui partivo in guerra contro i Tedeschi. No, ma chi meglio di Nietzsche mi aveva preparato a quella prova?» (4).

Secondo Sossio Giametta, tra i più ragguardevoli commentatori e traduttori del filosofo tedesco, Nietzsche non era, in senso stretto, un filosofo, bensì un moralista dal momento che «trasforma la filosofia in moralismo, cioè ne trasferisce il centro irradiante dalla realtà all’uomo» (5).

Per converso, ci sono interpreti, come Abbagnano e Löwith (e come noi stessi propendiamo), che ravvisano nella filosofia di Nietzsche un’impostazione fondamentalmente «di natura cosmologica» (6). Infatti, «l’eterno ritorno è la formula semplice e complessiva che abbraccia e riduce ad unità tutti gli aspetti della dottrina di Nietzsche ed esprime egualmente il destino dell’uomo e quello del mondo» (7).

E ciò senza contare la nuova tavola dei valori proposta da Nietzsche, ovvero i valori vitali che «costituiscono il contributo maggiore della sua dottrina alla problematica della filosofia contemporanea» (8). Ora,  non c’è alcun dubbio che tale impostazione cosmologica, col suo naturale afflato poetico, venga magnificamente espressa da Nietzsche in forma di opera poetata piuttosto che ragionata: «Un po’ di ragione, è vero, un germe di saggezza disperso di stella in stella, è un lievito frammisto a tutte le cose […] un po’ di saggezza è possibile, ma questa consolante certezza mi diedero tutte le cose: preferiscono danzare sui piedi del caso» (9).

A questo proposito, notiamo che C. G. Jung, confrontando la filosofia dell’intuizione di Bergson (che rimanda ai concetti, a loro modo poetici, di durata e di élan vital) con la filosofia dionisiaca di Nietzsche esposta nello Zarathustra, sosteneva la superiorità di quest’ultimo, giacché Nietzsche con lo Zarathustra «offre al contempo la possibilità di un inquadramento non intellettualistico e tuttavia filosofico dei problemi» (10), mentre Bergson segue un metodo prevalentemente intellettualistico.

Ma dove troveremo la poesia di Nietzsche? Non di certo nei suoi componimenti in versi, negli Idillii di Messina o nei Ditirambi di Dioniso, che poeticamente sono piccola cosa, non vanno per lo più oltre la retorica e i consueti canoni del romanticismo. La troveremo, ed è davvero una magnifica splendida poesia, nello Zarathustra, che, come dichiara lo stesso Giametta  «è un’opera di pensiero che ha cornici narrative, parti moralistiche e parti filosofiche, squarci mistici, voli lirici. Essa tuttavia comprende anche della grande poesia, come in certi capitoli, per esempio Il canto della notteIl canto dei sepolcri, l’inizio stesso del Proemio […] È impossibile negare la grande poesia dello Zarathustra, perché ci sono immagini folgoranti, dei passi veramente irresistibili» (11).

È qui, dunque, nello Zarathustra, che l’artista e filosofo Nietzsche restituisce alla poesia il suo senso profondo, il suo senso religioso, la sua funzione di legame tra l’uomo naturale e l’uomo spirituale.

Forse nessuno ha analizzato la poesia di Nietzsche (del resto sono pochissimi coloro che vi si sono cimentati) meglio di Sossio Giametta, che nel suo Commento allo Zarathustra  ha posto in rilievo, passo dopo passo, la tecnica poetica, la forza del ritmo, i motivi lirico-esistenziali, i temi filosofici, le allegorie e le metafore, i fulgori e le cadute stilistiche del filosofo dell’eterno ritorno.

A puro titolo esemplificativo prendiamo dall’invocazione al sole, con cui comincia il poema, due delle tante belle immagini poetiche, quella dell’ape che ha accumulato troppo miele e quella del calice troppo pieno che trabocca: entrambe simboleggiano il bisogno di donarsi, di condividere la saggezza accumulata nella solitudine e nella meditazione:  «Sai, mi è venuta a noia la mia sapienza; son come l’ape che ha raccolto troppo miele: ho bisogno di mani che si protendano» (12); ed ancora: «Benedici il calice che vuol traboccare, affinché l’acqua ne esca dorata e porti da per tutto il riflesso della tua gioia!» (13).

Scrive Giametta a proposito dell’immagine dell’ape: «È questa la prima delle molte belle similitudini o metafore dello Zarathustra tratte dal regno animale o vegetale. Perché è bella questa? Perché l’ape è un esserino sedulo e gentile, che sugge i fiori e suggerisce qualità di umiltà e laboriosità anche nell’uomo che viene a essa paragonato; perché produce ciò che di più dolce e buono è al mondo tra le cose pure e naturali e perché lo produce senza spocchia e presunzione, non per calcolo o interesse e neanche per generosità e bontà, ma semplicemente perché è fatta così e il produrre miele fa parte della sua piccola vita, proprio come il filosofo produce il prezioso e delizioso miele della conoscenza e della saggezza» (14).

Spigoliamo ancora qualche perla dello Zarathustra.

L’ammonizione a non lamentarsi del peso della vita si traduce in questa suggestiva immagine: «che cosa abbiamo noi di comune col bocciolo di rosa, che trema perché oppresso da una goccia di rugiada?» (15).

L’elogio della solitudine è il prezzo da pagare per la propria grandezza interiore: «La foresta e la rupe sapranno degnamente tacere con te. Assomiglia di nuovo all’albero che tu ami, all’albero dai grandi rami diffusi; silenzioso si protende sul mare in ascolto. Dove termina la solitudine comincia il mercato» (16).

La necessità della diseguaglianza e della lotta tra gli uomini: «Su mille ponti e su mille sentieri devono lanciarsi verso l’avvenire… Dov’è la caverna della tarantola, s’ergono le rovine d’un antico tempio» (17).

Il dramma del filosofo che vuol possedere il segreto della vita: «io sono, è vero, una selva e una notte d’alberi oscuri: ma chi non teme la mia oscurità, troverà anche rosai sotto i miei cipressi» (18).

La metafisica del sesso, della congiunzione del maschile e del femminile, in quella «lirica perfetta» (Sossio Giametta), che è Il canto notturno: «È notte: ora parlano più forte tutte le zampillanti fontane. E anche l’anima mia è zampillante fontana. È notte: ora soltanto si destano tutte le canzoni degli innamorati. E anche l’anima è canzone d’innamorato. Vi è in me qualcosa d’inappagato, d’inappagabile: e vuol farsi sentire. Una brama d’amore v’è in me, che parla  il linguaggio dell’amore. Io sono luce; ah, fossi notte! Ma questa è appunto la mia solitudine: l’essere circonfuso di luce» (19).

La riconoscenza verso la terra: «d’oro è il cuore della terra» (20).

La parabola del cammello, del leone e del fanciullo, che è una rappresentazione allegorica del cammino spirituale, dove la libertà è uno strumento e non un fine per attraversare il “deserto” (che è un’altra plastica immagine del nichilismo) e per affermare una nuova tavola di valori: «simile al cammello che, caricato, si affretta verso il deserto, egli si affretta verso il proprio deserto. Ma nel deserto più solitario accade la seconda metamorfosi: lo spirito diviene leone che vuol conquistare la sua libertà […] Neanche il leone può ancora creare nuovi valori: ma procurarsi libertà per opere nuove […] perché il leone dovrà ancora trasformarsi in fanciullo? Il fanciullo è innocenza, oblio, un ricominciare, un gioco, una ruota che gira da sé, un primo movimento, una santa affermazione» (21).

Bastano questi pochi sommari cenni per mostrare la bellezza e la profondità della poesia di Nietzsche. Si aggiunga la straordinaria potenza del ritmo, che produce una soffusa musicalità, al punto tale che non si perde nemmeno nella traduzione. Lo Zarathustra può paragonarsi ad una sinfonia con suoi quattro movimenti (le quattro parti in cui lo Zarathustra è diviso) ora lenti ora veloci, ora danzanti ora drammatici, ora sapienziali ora sognanti, preceduta da quella grandiosa ouverture, che corrisponde al Proemio.

 

 

Note

  1. Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, 418, Adelphi, 1991;
  2. Benito Mussolini, La filosofia della forza, in appendice a Ernst Nolte Il giovane Mussolini, p.143, Sugarco, 1993;
  3. Pierre Drieu La Rochelle, Socialismo fascista,88, Ege Edizioni generali europee, 1974;
  4. Pierre Drieu La Rochelle, Ancora e sempre Nietzsche (in Je suis partout 3 marzo 1939), in Confessioni Scritti di Pierre Drieu La Rochelle, p. 136, Società Editrice Barbarossa, 1995;
  5. Sossio Giametta, Commento allo Zarathustra, pp. 75-76, Bruno Mondadori, 1996;
  6. Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, III volume, p. 380, DeA Planeta Libri, 2017;
  7. Ibidem, p. 390;
  8. Ibidem, p. 380;
  9. Federico Nietzsche, Così parlò Zarathustra, p. 147, Mursia, 1972;
  10. C. G. Jung, Tipi psicologici,p. 254, Newton, 1993;
  11. Intervista del 9 settembre 1996 a Sossio Giametta, riportata sul sito Cyranò;
  12. Federico Nietzsche, op. cit., p. 17;
  13. Ibidem;
  14. Sossio Giametta, op. cit., pp. 3-4;
  15. Federico Nietzsche, op. cit., p. 43;
  16. Federico Nietzsche, op. cit., p. 52;
  17. Federico Nietzsche, op. cit., p. 93;
  18. Federico Nietzsche, op. cit., p. 98;
  19. Federico Nietzsche, op. cit., p. 96;
  20. Federico Nietzsche, op. cit., p. 119;
  21. Federico Nietzsche, op. cit., p. 31-32.
 

 

 

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