Intervistiamo: Claudia Di Palma

di Cinzia Demi

 

D: Nella prima parte del libro è davvero molto presente la dimensione cristologica. Parole come croce, spine, preghiera, chiodo sono molto frequenti nei testi e altrettanto dicasi per le invocazioni al Signore e a Dio. Questa costante mi ha colpito e parlando di questo con te, mi hai detto che, nonostante la tua radice cristiana e la meraviglia che rappresenta il Cristianesimo, sei comunque attratta dalla spiritualità presente in tutte le religioni. La tua è quasi una ricerca interiore di equilibrio che si riflette anche nel contesto religioso. Mi piacerebbe che ti spiegassi meglio cosa significa per te questa ricerca e come la affronti.

 

R: Porto alla luce i diecimila nomi dell’essere/ ma ogni nome ti nomina invano. Forse la risposta alla tua domanda è tutta in questi due versi. Portare alla luce i nomi, essere consapevoli della loro inadeguatezza: è questo la ricerca spirituale. È una ricerca da intraprendere con le parole, perché le parole somigliano a Dio (Egli, infatti, è il Verbo), ed è nella capacità di parlare, scrivere, di esiliarci con la voce, che noi uomini siamo fatti a Sua immagine e somiglianza. I nomi sono tutti vani (ma esiste qualcosa che non sia vano?) I nomi sono gli unici strumenti che abbiamo per cercare Dio.

Il Dio che indago e interrogo è quello cristiano, perché il Cristianesimo è la mia religione madre (proprio come l’italiano è la mia lingua madre). È un’esperienza concreta come quella di una parola; è un linguaggio, un vocabolario di simboli da interrogare. Sebbene sia attratta da tante religioni (che sto ancora studiando), preferisco esprimermi con quella che conosco meglio per dire ciò che non conosco.

Mi sono interrogata a lungo sul significato della Croce e forse nel vano tentativo di alleviare il dolore, tutto umano, del Figlio di Dio, ho immaginato chiodi sottilissimi, quasi inconsistenti, come parole. E ho cercato parole-chiodi che scavassero nel mistero per portarlo alla luce, ma sono consapevole che ogni nome ti nomina invano e che il mistero non si può dire.

 

D: Il corpo sembra assumere un ruolo importante nei tuoi versi. Se ne percepisce la presenza costantemente. In certi momenti sono palpabili il ventre, la bocca, gli occhi, il volto, le mani, la pelle tutta. Sembra che molta dell’esperienza di cui parli in poesia sia un’esperienza fatta attraverso il corpo. So che sei appassionata di teatro e, certo, in quest’arte il rapporto con il corpo è fondamentale: qui il corpo è davvero l’unico territorio, l’unico paesaggio con cui fare i conti (sono parole tue). Ti chiedo: come si relaziona la presenza del corpo con la parola?

 

R: Mi piace disporre le parole come se fossero corpi, creare assembramenti e corto circuiti di senso. Penso che scrivere sia un po’ come organizzare una festa, invitare le parole, farle chiacchierare tra loro. La parola (quella viva e vitale della poesia) non è un termine che definisce (e limita) un oggetto. La poesia cerca di sovvertire il rapporto soggetto-oggetto e questo sovvertimento è solo l’inizio di una rivoluzione che coinvolge tutti gli aspetti (politici, economici) del mondo. Questo non significa che la poesia debba interessarsi di politica e di economia. Tutt’altro. La poesia è un gesto rivoluzionario perché apre le porte di un al di là, un non-mondo, dove tutto è corpo. E un corpo non spiega niente, non definisce niente. Ecco, la parola è un corpo: un complesso organizzato di materia che si muove nello spazio. E noi pure siamo corpi, corpi che parlano e scrivono altri corpi. O forse siamo parlati, pronunciati, da quel Verbo che era, ed è, al principio di tutto.

 

D: Nella sezione Ogni giorno la fine ti confronti con alcune tematiche sociali come quella della migrazione, o dell’economia degli sprechi, o ancora della routine giornaliera che ci porta a fare sempre gli stessi gesti, gli stessi percorsi quasi senza farci fermare a riflettere su chi siamo veramente e a quale cosa sia giusto o meno dare valore. Ti ritieni un’autrice di poesia civile, o sociale? Trovi che sia anche questo il compito del poeta, ovvero dedicare la propria arte alla denuncia di ciò che non è eticamente corretto?

 

R: Mi ritengo un’autrice di poesia che a volte si confronta con tematiche sociali. Penso che il compito del poeta sia prima di tutto quello di creare un non-mondo, un territorio libero dai pregiudizi della società e dalle sue leggi. Uno spazio anarchico, abitato esclusivamente dalle parole. Parole che il poeta ruba al mondo per salvarle dal mondo. Il poeta deve immondizzare le parole, sottrarle all’ordine rigido del mondo (kosmos) e favorire la contaminazione, il disordine; in una parola, la creazione.

 

D: Un’altra tematica molto presente nel libro è quella legata al tema dei rifiuti. Mi ha molto colpito quel passaggio dove paragoni il volto dell’uomo al fondo delle buste di plastica contenenti spazzatura, un volto che è immagine e somiglianza del cielo. Ma anche i testi successivi dove affondi, quasi con parole di rabbia, il coltello tra le pieghe del comportamento umano rispetto alla mercificazione del mondo. Vuoi spiegare meglio questo concetto?

 

R: Il locus mundus è un luogo di mercificazioni, dove tutto è oggetto. Soltanto i rifiuti hanno la forza e il coraggio di contraddire questo immenso mercato.

“Ecco l’altrove. Ecco l’immondo”, scrivo nell’ultima poesia del libro. L’immondizia rappresenta davvero (e non solo etimologicamente) il non-mondo, l’altrove possibile, dove gli oggetti, non più utili, cessano di essere merci e cessano pure di essere oggetti. Anche noi uomini dovremmo sottrarci a questo mercato onnipresente. Dovremmo seguire l’esempio dei rifiuti e demercificarci, perché, senza rendercene conto, siamo diventati oggetti e merci pure noi. Per ritrovare il nostro vero volto di uomini (a immagine e somiglianza del cielo) dobbiamo cercare fuori dal mondo conosciuto, nell’immondo che, sebbene sporco e puzzolente, è l’unico spazio vitale, l’unica contraddizione alla decadenza del mondo.

 

D: La terza sezione si intitola Rituale dello straniamento. Un titolo forte, importante. La mia impressione è che, in questo titolo, ci sia racchiusa tutta la dimensione antropologica del rito: dal passaggio dalla ricerca di spiritualità alla costante presenza della corporalità, laddove il mondo sommerso dei rifiuti, della miseria, degli invisibili ci presenta gli archetipi di quello che da sempre fa parte, più o meno consapevolmente, del nostro vivere quotidiano. Forse nello straniamento sta la salvezza, o forse no… è solo una forma di ipocrisia, utile solo a sopravvivere. Qual è la tua posizione rispetto a questa scelta, cosa ti ha fatto pensare che fosse quello giusto per questa sezione?

 

R: Il rituale dello straniamento è il rituale della conoscenza. “Straniamento” e “conoscenza” sono (quasi) la stessa cosa. È quello che cerco di dire nella prima poesia di questa sezione. Quando scrivo: “È il rituale dello straniamento, l’amore.”, voglio dire che dovremmo pensare l’eros, non soltanto come una forma di conoscenza (di sé stessi e del proprio corpo attraverso l’altro) ma innanzitutto come uno straniamento. L’altro ci estrania da noi stessi, ci mostra un’immagine nuova, smantella le nostre certezze. Questo smantellamento è il presupposto imprescindibile della conoscenza. O meglio, la conoscenza è puntellata da tanti straniamenti. Chi vuole conoscere è sempre straniero. Tutto ciò che lo circonda è un’occasione di distruzione (di quello che c’è) e creazione (di quello che non c’è ancora). L’altro è il diluvio universale e l’arca di Noè. È la parola-chiodo che toglie di mezzo il corpo e che lo resuscita.

E allora sì, nello straniamento sta la salvezza. Se intendiamo per “salvezza” una continua gestazione del mondo che guardiamo (e inventiamo con lo sguardo), e non una meta da raggiungere dopo tante tribolazioni. “Salvezza” è una parola che non mi piace. Preferisco la parola “nascita”. La salvezza è per noi occidentali indissolubilmente legata a un giudizio. Nella nascita, invece, non c’è niente di moralistico. Chi nasce non nasce perché è giusto o perché si è comportato bene nella vita intrauterina. Nasce e basta. E prima di nascere assiste alla distruzione del suo mondo (che è il grembo materno). La rottura delle acque è il diluvio universale; il neonato è un piccolo Noè che costruisce il suo linguaggio (la sua arca) per re-inventare, ri-conoscere il mondo.

È questo che voglio dire con la parola “straniamento”: il passaggio delicatissimo dal “chi sono?” al “chi non sono ancora? chi posso diventare?” Perché ri-conoscere il mondo è ri-conoscere sé stessi. Basta avere il coraggio di straniarsi sempre. Negli occhi di un altro.

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