Il menù à la carte di Loredana Lorusso, Tabula fati, 2022

di Marco Ignazio de Santis

 

Il sottotitolo della raccolta poetica di Loredana Lorusso Menù à la carte è Canzoniere d’amore. In effetti il denso volume d’esordio, presentato da Daniele Giancane, è un omaggio all’amore visto nelle sue più diverse sfaccettature, dalla sensualità carnale fino alla solitudine, al desiderio di dialogo, alla voglia di tenerezza o alla sofferta mancanza del partner. Tuttavia non si tratta di una vera e propria vicenda d’amore con un inizio, uno svolgimento e una fine (presente semmai nella monorimata “Breve storia d’amore” in costrutto anaforico), ma di un accavallarsi di quadri, pensieri, enunciazioni, pulsioni e fantasie, in cui l’eros ha un posto notevole, ma non esclusivo. L’autrice ad esempio, nelle intercapedini di un diffuso erotismo che permea finanche le rappresentazioni del mare, dei boschi e dell’orizzonte, ha inserito anche componimenti ammiccanti alla numerologia (come “Mio”) o consegnati alla sensibilità di genere e sociale (vedi “Giornata contro la violenza sulle donne” e “La ragazza moldava”) o esortanti alla ribellione agli stereotipi femminili (ossia “Donna”) oppure incentrati sul tema dell’identità (vedi “Io sono” e “Chi sono?”), tema anticipato nel rispecchiamento corporeo in quella eterotopia o luogo “altro” o non-luogo che è ogni nitida superficie riflettente (cioè in “Specchio”).

Al di là di tali arricchimenti, il brogliaccio sensuoso della poetessa rivela la sua prepotente natura sin dalle prime pagine. Infatti la poesia di apertura, “Dentro”, descrive gli antecedenti sensoriali dell’amplesso: «L’attimo prima in cui mi entri dentro / quando sei lì, sulla soglia del sesso / sorge l’alba olfattiva prepotente / corda tesa, tra levante e ponente / Lama che nel burro fuso affonda / Cresta di spuma all’inarcar dell’onda / che, come lince, cerca appiglio sulla rena / È l’attimo in cui da labbra unite / un gemito fugge e lecca le ferite».

A sua volta “Menù à la carte” tratteggia un convito amoroso risolto immaginosamente in deprivazione sensoriale della vista e del tatto: «A malapena ingoio il pane / ed i tuoi occhi / Mentre tu bevi acqua / e le mie mani / Cieco sarai / ed io monca / Domani». Quest’ultima è la lirica eponima, la quale nel macrotesto autoriale assegna al titolo il valore di “lista” di “portate” che i lettori potranno trascegliere secondo i loro gusti prevalenti o estemporanei.

Nel suo viaggio nell’erotismo, l’autrice predilige la levità narrativa e, in poesie come “L’infedele”, sa rendere sapidi i suoi versi con la piacevolezza dell’humour affidato a un aprosdóketon conclusivo: «[…] È tardi stamattina / Calzo quei tacchi rossi / Mi trascino in cucina / Qui mi lascio baciare / dall’impetuoso amante / Lui mi bagna le labbra / Mi seduce fumante / Cosa avete pensato? / Non c’è uomo con me / È pur sempre un gran maschio / L’infedele caffè». Similmente in “Prendimi” la donna narrante capovolge un ammiccante e scanzonato kamasutra in una fulminante boutade finale: «Quale lato di me / vuoi possedere / Da quale angolazione / vuoi godere / In verticale / In orizzontale / Supina / A cavalcioni / O a pecorina / Sono tra le tue dita plastilina / Mi lascio rimpastare / Puoi ciò che vuoi / Mi sento sottomessa / al tuo volere ingordo e pervertito / Vienimi dentro, fuori / Manda in corto il circuito / Attento alla corrente / Riguardati le dita / Non c’è la messa a terra / Manco del salvavita».

Come si è intravisto dalle citazioni, in questa silloge il ritmo dei versi si regge prevalentemente su endecasillabi e settenari, ma sono presenti anche metri più lunghi o più brevi, spesso rafforzati dalla rima baciata o alternata o variamente dislocata, oppure talora culminanti nell’assonanza. La tradizione lirica antica e contemporanea agisce in Menù à la carte pure nella dimensione strofica, che di solito è aperta, ma alcune volte utilizza in alternativa le forme chiuse, come l’haiku (p. 25), il limerick (p. 56), il tanka (p. 147) e l’epitaffio (p. 151). Tra l’altro a lei, nata nell’equinozio d’autunno, il mese di “Settembre” ha suggerito un virtuosistico tautogramma giocato sulla sibilante s- in quasi tutte le parole (p. 116). A questo, volendo, si può affiancare il centone plurilinguistico “Dedicato a Pound”, con riporti da Franco Battiato, Goethe, Omero, Guinizelli, Shakespeare, Catullo, Édith Piaf e perfino dalla reclamistica in siculo e dal formulario apotropaico latino («Quod Deus avertat»), finendo per assemblare giustapposte elucubrazioni sull’amore, «Finché un angelo, stufo / non ci mandi al diavolo».

Tra le figure retoriche sparse nella raccolta non mancano gli iperbati, le paronomasie e gli ossimori. Per essi mi limito a segnalare un caso di paronomasia e iperbato congiunti: «Scorda della mia corda l’anima in seta» (p. 10) e la cascata di ossimori presenti in “Malinconia”: «Muta melodia», «lenta rapida», «macigni lievi», «Discesa in salita», «euforica saudade», «graffio di seta», «pudicamente lasciva», «Stolta saggezza», «imperturbabile entropia», «franca bugia», «compassionevole violenza», variazioni metaforiche, appunto, sulla malinconia.

Per quanto riguarda il lessico, vanno additati rari anglicismi: Street art (p. 21), Strip-tease (p. 63), In the mood (p. 76), cocktail e plank (p. 143). E se non manca qualche voce dotta, come adesi (p. 69, dal latino adhaesi ‘attaccati, aderenti’), vanno rimarcati soprattutto i termini scientifici derivanti dall’attività di biologa dell’autrice, vale a dire peristalsi (p. 26), anti-corpi (p. 30), flogosi (p. 47), ipossia (p. 62), liquor (p. 90), cavia (p. 92) e il verbo si sclerotizza (p. 136).

Tirando le somme, Menù à la carte di Loredana Lorusso rappresenta una buona prova, che piace non solo come affermazione inusitata di femminilità nell’onnipresenza dell’eros, ma anche per la sua ironia antisentimentalistica e per diversi testi contenutisticamente innovativi e anticonformistici.

 

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