Morte del pesce e fine di un amore di Massimo Del Pizzo, Di Felice Edizioni, 2023

di Sandro Marano

 

Lo scrittore abruzzese Massimo Del Pizzo ha da poco pubblicato una raccolta di undici racconti intitolata “Morte del pesce e fine di un amore” nella bella e graficamente accurata collana “Racconti Zeta” delle edizioni Di Felice di Martinsicuro (TE).

L’autore, già docente di letteratura francese presso la facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università di Bari, ha al suo attivo, oltre ad alcuni saggi letterari, la pubblicazione di diversi racconti di genere fantastico/surreale in veste singola o in raccolte, di cui citiamo gli ultimi:  Doppio delitto (2007),  L’onironauta (2012), Gesù, il figlio  (2019), Uccidimi (2020), Questioni urgenti (2022), ed ha curato la traduzione e la postfazione, nel 2007, di quattro racconti, finora mai tradotti in italiano, di Pierre Drieu La Rochelle, pubblicati nei pregevoli quadernetti delle edizioni di Via del vento,  e precisamente Vietato uscire e Niente da fare.

In una intervista rilasciata qualche anno fa alla rivista in rete “La Fiaccola”, Del Pizzo così parlava della sua scrittura: «Il mio fantastico è sempre stato un fantastico di confine; cioè ho sempre voluto esplorare, spesso attraverso una prosa poetica, il rapporto fra realtà, mondo onirico e mondo delle pulsioni… realismo e fantastico sono due facce di una stessa medaglia».

Diciamo intanto che la distinzione in due sezioni tra “racconti e frammenti”, richiamata nel sottotitolo, ha ragion d’essere soltanto per la maggiore o minore lunghezza dei racconti, che sono tutti egualmente intriganti, hanno finali aperti e problematici e confermano, ove ce ne fosse bisogno, il notevole talento narrativo dell’autore. Scritti quasi tutti in prima persona, si leggono d’un fiato per la scrittura elegante, agevole e sognante. L’afflato poetico è reso con pochi rapidi cenni. Così, ad esempio, il protagonista di “La tempesta perfetta” disegna quella che definisce la sua «mappa di segreti»: «C’è dentro la pioggia battente, ci sono i fiori d’autunno, ci sono i resti dell’avventura perduta, il tesoro dei pirati, il fieno, il fango. C’è il residuo del sogno».

Particolarmente felice e accattivante, a nostro avviso, è il racconto iniziale “Favoloso viaggio del pellegrino felice” nel quale viene interpretata in modo originale, nel solco dei contes philosophiques di Voltaire, la grande metafora del viaggio, che nel Novecento ha tra i suoi modelli illustri “Il pellegrinaggio in Oriente” di Hermann Hesse e “La passeggiata” di Robert Walser. Il viaggio, è questo alla fin fine il distillato della saggezza, è sempre più importante della meta.

Questo racconto ha una struttura circolare, sembra infatti finire dove potrebbe cominciare: «Mi arrestai alle soglie del Mare dove puoi ancora trovarmi, qualche volta, alle sue sponde tempestose. In attesa». E quel mare ci fa subito pensare al mistero della nascita, alla maternità, cui l’autore pare alludere già nell’incipit del racconto: «Fu allora che trovai, per la prima volta, la ciotola di latte fumante sul mio cammino».

Al “Favoloso viaggio del pellegrino felice” fa in qualche modo da pendant l’ultimo racconto “La memoria di una viaggiatrice” che forse è il più enigmatico dell’intera raccolta. Chi è la misteriosa Monique, «interminabile, insopportabile come la vita», cui si rivolge l’io narrante? È una donna reale? È una metafora dell’anima? È la scrittura col suo segreto? Tutte le interpretazioni sono possibili. Caratteristica dei racconti di Del Pizzo è infatti la loro struttura ”aperta”, la molteplicità di significati che può darsi alle figure e ai personaggi via via proposti al lettore. Così ci domandiamo quale significato possa darsi all’immagine del pesce morente nel racconto “Morte del pesce e fine di un amore”, che dà il titolo al volume, e al suo accostamento con la fine d’un amore con quel suo dispiegarsi leggero tra «la gioia dell’incontro e il lutto della separazione», tra il mare e la terra, tra la vita e la morte:  rappresenta la fine di un amore tra un uomo e una donna?  O piuttosto la fine di una civiltà? Od ancora la sconfitta del senso d’umanità?

Nel racconto “Le metamorfosi del dottor Jekiyll”, traspare in modo meno velato una sorta di angoscia per il procedere della nostra civiltà. Lo scienziato che paragona il suo doppio, Hyde, ad un gatto infingardo fa una sorta di autoanalisi, si riconosce e non si riconosce nel proprio doppio e differisce soprattutto dall’uomo comune e dagli affaristi in primo luogo, che non hanno gli scrupoli dello scienziato. Nella bellissima chiusa, che riteniamo sia  la chiave del racconto, Del Pizzo scrive: «Misero Hyde che hai percorso la mia scienza in lungo e in largo per farne immondizia e senza poterti più arrestare e senza volerti arrestare… Misero compagno di sventura, Hyde, dimmi, rispondi, che ne sarà di noi?». Già, che ne sarà di noi?

Non possiamo chiudere questa sommaria disamina  senza accennare ad un altro racconto che ci è molto piaciuto, “Il collezionista di giocattoli”, per quell’ammiccare alla fanciullezza e alla sua innocenza, per quel senso di nostalgia che ci prende nel ricordare i giocattoli (le occasioni? gli incontri? i traguardi?)  ricevuti un po’ a caso e un po’ voluti,  selezionati e conservati per tutta l’infanzia fino «all’età adulta e dentro la vecchiezza». Con un tocco di poesia e insieme di profonda riflessione il protagonista dice che quando «in me albergheranno il vecchio e il bambino al contempo (e questo momento arriverà, tragicamente, lo sento), i miei giocattoli parleranno per me, svelando, alla fine, tutti i loro segreti». La vita, che come diceva il padre Dante è «un correre alla morte», ci pone immancabilmente delle domande. E ciascuno di noi deve fare i conti col suo mistero.

 

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