L’isola di Gary. Mutevoli grafie della Terra, AA.VV., Maria Pia Latorre, a cura di, Opera indomita, 2023

di Sandro Marano

 

«La grande scoperta, o per meglio dire, la grande riscoperta delle filosofie dell’ecologia è la nozione di limite.

C’è una legge semplicissima enunciata a chiare lettere da Konrad Lorenz, secondo cui non ci può essere crescita infinita in un mondo finito, pena la catastrofe. L’uomo infatti vive in un territorio inesorabilmente limitato, il pianeta Terra, con i suoi 51 miliardi di ettari, di cui ben due terzi costituiti da mari ed oceani.

L’uomo moderno, rompendo il grande equilibrio tra uomo e natura raggiunto nei secoli medievali, ha preteso di liberarsi di qualsiasi limite e grazie alle macchine ha creduto di poter produrre e consumare senza limiti, senza badare alla limitatezza delle risorse naturali. Sono stati ignorati gli allarmi lanciati dagli scienziati negli anni settanta del XX secolo, che hanno visto la fioritura dei movimenti ambientalisti e del pensiero ecologista. (…)

L’assenza di limiti, l’esplosione demografica e consumistica, il saccheggio sistematico delle risorse prima o poi si ritorce contro di noi, si paga con l’accelerazione del cambiamento climatico, col crescente dissesto idrogeologico, con siccità e alluvioni, con nuove pandemie, con i flussi migratori incontrollati, con gli effetti deleteri dell’inquinamento, con il disordine e la disperazione crescenti, col «fallimento bruciante della promessa di felicità» (Serge Latouche).  (…)

Dalla loro comparsa sulla Terra tutti i gruppi umani sono vissuti all’interno di territori ben definiti. Gli insediamenti umani dipendevano strettamente da elementi naturali come sorgenti, fiumi, colline, mari. Non a caso le grandi civiltà che si sono susseguite nella storia, dalla mesopotamica a quella egizia e a quella romana si sono sviluppate lungo dei fiumi. La stessa cinta di mura che chiudeva le città rappresentava uno spazio sacro, oltrepassare il quale in armi, come ci insegna il mito della fondazione di Roma, poteva costare caro. Con la civiltà industriale tutto cambia, si ignorano i fattori naturali, si costruisce dovunque e comunque, si distruggono boschi e campagna fertile, si consuma il suolo come se fosse inesauribile. Le stesse città si trasformano in megalopoli, dove ogni contatto con gli elementi naturali è bandito.

Di fronte all’azione disgregatrice e nociva del capitalismo gli ecologisti, in particolare gli americani Kirkpatrick Sale, Gary Snyder e Wendell Berry hanno elaborato la nozione di bioregione, vale a dire di regioni dove le acque, gli uomini, gli animali, le foreste formano un insieme geopolitico unitario e armonioso. Geografia e geologia, ecologia, storia e politica si intrecciano strettamente nelle bioregioni, scrivono insieme le grafie terrestri. (…)

La poesia che affronta consapevolmente i temi ambientali ha davvero una missione speciale, quella di ridestare dal torpore i cittadini che si preoccupano più del loro tenore di vita che del consumo di suolo. (…) Scriveva nel 1954 in uno dei saggi de L’estate Albert Camus, confrontando il pensiero greco con quello moderno: «noi manchiamo di quella fierezza dell’uomo che è fedeltà ai propri limiti, amore chiaroveggente della propria condizione». Riuscirà la poesia a far riacquistare all’uomo della strada e al politico di razza questa fierezza? Ad impedire che il capitalismo continui a devastare il mondo? A far ritrovare, come auspica Alain De Benoist,  un’amichevole convivenza tra l’uomo e la Natura?»

Lascia un commento