Alcune cose sono in nostro potere, altre no

di Gemma Acri Guido

 

Il bottino della mia prima incursione in libreria del 2024 consta di tre nuove uscite. Ho cominciato a leggere, per darle una possibilità nonostante i suoi romanzi non siano mai riusciti ad esaltarmi e con la sincera speranza di ricredermi, il saggio di Banana Yoshimoto. “Che significa diventare adulti?”. Mi spiace, le poche pagine con episodi autobiografici e pensierini motivazionali, illustrate con disegnini che persino io riuscirei ad abbozzare e sfogliabili in mezz’ora, le bollo come bypassabili. La letteratura giapponese è stata (ed è) ben altro per la sottoscritta e, prima o poi, ve ne darò conto.

Sono passata, di corsa, a tastare il terreno di “Elizabeth Finch” (Einaudi) dell’inglese Julian Barnes. E l’ho trovato fertile. Impossibile comprimere l’opera in un genere solo: è romanzo nel primo capitolo, trattato storico filosofico e teologico nel secondo, memoir nel terzo. Il testo non è lunghissimo ma corposo, su diverse frasi o citazioni mi son fermata per introiettare e rielaborare, una fra tante quella di Epitteto (tradotto da Leopardi) più volte ripetuta e qui ripresa nel titolo.

Soste necessarie per sentir fluire il pensiero critico e godere di parole nuove di cui scoprire il significato sul motore di ricerca (mi sono adeguata ai tempi e non uso più il Garzanti verde pieno di crocette a matita). Degli intrighi storici e storiografici. Dei dilemmi religiosi e morali. Dei rimandi bibliografici e artistici (Carpaccio). Dei versi di Swinburne Auden e Kavafis. E dei due personaggioni: EF, insegnante del corso “Cultura e civiltà” alla London University, e Giuliano l’Apostata, quello che per capire come fosse imparentato con Costantino devi avere nel DNA gli alberi genealogici del IV secolo!

EF è una fumatrice incallita, ha occhi che sembrano più grandi del normale perché sempre aperti, non utilizza appunti per far lezione ma il metodo socratico, pronuncia frasi grammaticalmente impeccabili ma non parla come un libro stampato, soffre di emicranie ma sopporta il dolore da stoica, non è una figura pubblica ma nobile d’animo autonoma di pensiero ed europea, guida gli studenti lontano dall’ovvio e la storia dall’essere una disciplina inerte e comatosa. Consiglia: «Ricordate, ogni volta che troverete un personaggio ridotto e ridimensionato dentro i confini di tre aggettivi, diffidate sempre della descrizione». Ho speso più di tre parole, poche forse per un’eroina ben caratterizzata dall’autore ma mai afferrabile. Ciascuno di voi potrà, evitando gli stereotipi come la peste, delinearne un profilo.

Che dire su Flavius Claudius Julianus (331-363)? Ignoravo ne avessero scritto in tanti e in tutti i secoli, che fosse stata una figura passibile di interpretazioni discordanti a seconda della mutevole luce della storia, “eroe della resistenza” per alcuni, fratello minore di Satana per altri. Per me, fino alla settimana scorsa, era un Augusto passeggero (per soli tre anni), che si era ritrovato sul trono per cause accidentali e aveva tentato di frenare la corsa del Cristianesimo senza riuscirci. Grossolano errore di sottovalutazione, il mio, non cogliere la svolta storica e il destino diverso per l’umanità che ha avuto in mano fino alla resa mai proclamata in punto di morte “Tua è la vittoria, pallido Galileo”. Che soddisfazione non smettere di imparare e ragionare!

Nato cristiano a Costantinopoli e battezzato, il soprannominato Apostata studiò per tutta la giovinezza (col vescovo Eusebio e poi con l’eunuco Mardonio) e anche mentre tentava di reprimere le scorrerie di varie tribù germaniche, poco più che ventenne fu iniziato ai misteri eleusini, l’antico culto di Demetra; diventato imperatore nel 360, si dichiarò pagano e rifiutò di mettere piede in una chiesa, s’impose la castità, sacrificò animali e consultò aruspici ogni giorno, portò la barba del filosofo (era tutt’altro che avvenente), preferì l’arma letteraria alle persecuzioni e qualcosa concluse in campo fiscale e amministrativo. Governò, ammirando la sobrietà dei Galli, da Lutezia, l’attuale Parigi, non proprio una metropoli all’epoca.

Il narratore interno del romanzo, Neil (due matrimoni alle spalle, tre figlie da donne diverse, mille lavori), il Re dei progetti incompiuti, rimane volutamente sullo sfondo. Prende forma soltanto perché ha la fortuna di incrociare nella “selva” EF, l’insegnante che non fornisce risposte ma insinua dubbi, rischiara prospettive sconosciute e ti “cambia” la vita.

Vi offro, per pregustare la lettura, una manciata di aforismi.

«L’artificio non è incompatibile con la verità».

«C’è tanta gente che si conosce senza conoscersi affatto. E che apprezza questa superficialità». «Niente di buono inizia col prefisso “mono”».

«Cercate di essere approssimativamente soddisfatti di una felicità approssimativa. L’unica certezza chiara e incontrovertibile nella vita è l’infelicità».

«Tra i segreti del successo del Cristianesimo c’è sempre stato l’affidarsi ai registi migliori».

«Il fallimento può raccontare più cose del successo, e un cattivo perdente più cose di un perdente buono».

«La sconfitta può suscitare compiacimento non meno del successo».

«Travisare la propria storia è parte dell’essere una nazione o una famiglia o una religione o una persona».

«C’è qualcuno che non abbia mai mentito in faccende d’amore e di sesso?».

«Ho riflettuto sugli uomini e le donne e sul fatto che alcuni da soli proprio non ce la fanno, a cavarsela».

«Una vita, per quanto possiamo desiderare altrimenti, non si riduce a una narrazione».

Questo libro sfata, inoltre, il mito della Merrie England, recupera la Legenda aurea e quella di Sant’Orsola e le 11000 vergini, spiega il “narcisismo delle piccole differenze” di Freud.

Ma soprattutto lascia una questione aperta ma irrisolvibile (pagg. 94-95, 118): come sarebbe stato il mondo moderno sotto l’egida delle gentili divinità elleniche anziché all’ombra della Croce?

 

Lascia un commento