La luna e i falò di Cesare Pavese, Feltrinelli, 2021

di Claudia Zuccarini 

 

Ultimo romanzo di Pavese precedente la sua morte, La luna e i falò presenta tutte le tematiche sviluppate dall’autore nel corso del tempo. Pur essendo più debole e ripetitiva nella struttura, quest’opera si presta a numerose ed interessanti osservazioni. Uomo inquieto ed insoddisfatto, Pavese individua nel mito della campagna un ritorno alle origini, alle radici, per riconoscere se stessi e riappropriarsi delle memorie. Questo riconoscimento attraversa un paesaggio trasformato e allo stesso tempo atavico. Nuto è l’unico personaggio che il protagonista ritrova, ancora in veste di guida e voce narrante e riflessiva. Che ne è di tutti gli altri, dei luoghi dell’infanzia? Deceduti, mutati, crivellati, sepolti e bruciati. La guerra modifica lo scenario dei ricordi, ma non crea uno sviluppo sociale e progressivo. Prova di ciò ne è il Valino, agricoltore rabbioso e bestiale che sfoga la mancanza di aspettative con cinghiate ai familiari.

La figura femminile, così importante per Pavese e mai raggiunta, viene presentata con molteplici sfumature ma soccombe alla furia dell’uomo. La luna viene allegoricamente ridotta in cenere, “come il letto di un falò”. Santina, ultimo personaggio tratteggiato da Pavese, ha un temperamento libero e fragile al tempo stesso, capace di sopravvivere facendo la spia e rinnegando la violenza imposta dall’uomo: “Vorrebbero che facessi anch’io la fine di Irene, che baciassi la mano che mi dà uno schiaffo. Ma io la mordo la mano che mi dà uno schiaffo…gentetta che non sono nemmeno capaci di fare i mascalzoni…”. Santina si presenta alla morte ben vestita, cerca di sfuggirle ma viene fucilata alle spalle tentando la fuga. Una figura così “imponente” e indipendente non può neanche essere seppellita, di lei non rimane nulla. Nelle parole di Nuto c’è forse una resa dei conti dello stesso Pavese, che alla soglia del suicidio crea una catarsi simbolica, misurandosi con tutte le donne carismatiche amate e perse: “No, Santa no, non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a molti.” Anche da morta una donna come Santa può destabilizzare l’uomo, del cadavere non può che rimanere cenere che lascia il segno.

Se questo non fosse stato l’ultimo romanzo di Pavese, scritto di getto in meno di due mesi, le mie interpretazioni sarebbero state probabilmente differenti.

Segnalo l’ottima introduzione di Stefano Scioli che analizza la produzione pavesiana, utile ad una lettura più attenta e consapevole.

 

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