“LA NOSTRA SCUOLA: Cultura, passione e relazione”

di Teresa Apone

 

Sull’eliminazione della prova scritta d’italiano all’Esame di Stato e altro.

Chi insegna italiano alle Scuole Superiori sa che se un allievo giunge al primo anno e presenta  lacune  nella produzione della lingua scritta, difficilmente le recupererà.

Se non ha imparato a scrivere attraverso il percorso delle Elementari e Medie, con poca probabilità, riuscirà a farlo dai quattordici anni in su. Ma, c’è un ma.

Si può sicuramente ripartire dal suo modo di scrivere e lavorare per migliorare quel punto di partenza che, alla fine dei cinque anni, confluirà nella prova d’italiano.

Attraverso la scrittura, misurandosi con la propria interiorità, con l’esperienza, con la propria dimensione sociale, familiare, culturale, si cresce e si impara. Molto.

Ci si cimenta con pensieri, idee, argomentazioni, conoscenze, informazioni, parole, sintassi, punteggiatura, regole ortografiche e grammaticali, connettivi, organizzazione del periodo per imparare ad esprimersi, ad “armonizzare”. A saper creare, organizzare, a strutturare con chiarezza un testo che resta ”fisso” – dopo varie stesure e rimodulazioni –  e non ha l’aleatorietà del linguaggio orale e corrente.

È un gran bel lavoro, da cui spesso si sfugge perché complesso e difficile, incompatibile con la velocità dei tempi, con la realtà e il linguaggio sincopato del mondo circostante.

Questa abilità controbilancia e fa da contrappeso, infatti, a una realtà giovanile frenetica e allo stesso tempo vacua: social, serie – TV, sms, parole e corpi blaterati, parole buttate, influencer, rapper, discorsi amorfi e privi di argomentazione, fuffa varia, colori o squallore di altro genere. E, soprattutto, pochi ed elementari vocaboli.

In questo mare i ragazzi “navigano”, di questo si nutrono. Parlare resta più facile, scrivere no. Ma serve.

Arrivare, dunque, a realizzare testi e pensieri scritti, anche semplici, ma validi pregnanti, efficaci. Corretti, per contenuto e forma, è un ‘impresa.

Il lavoro di scrittura, così come l’apprendimento attraverso il sapere, è un’esigenza imprescindibile, un dovere morale a cui Stato e Scuola non devono e non possono abdicare.

Questo anche in virtù del futuro che questa gioventù dovrà affrontare.

Servirà capire, pensare, difendersi saper scandagliare il mondo in cui andranno a inserirsi, cercando di “fissare” se stessi come hanno fatto a scuola tra le righe.

Oggi chiedono la “facilitazione”, ma domani dovranno sudare.

Altro che PCTO!

Probabilmente pochi avranno un‘azienda in cui affermare appieno la propria dignità professionale.

L’era del Job Act ha nullificato la conquista di diritti sacrosanti sul lavoro. Pochi ragazzi sono consapevoli di cosa li aspetti, di quali e quanti diritti a loro saranno negati.

L’unica corazza che avranno per affrontare il domani sarà la cifra culturale con cui essi prenderanno consapevolezza di sé e della realtà storica di cui faranno parte.

La scelta dell’eliminazione della prova d’italiano si carica, pertanto, di un valore politico importante: suggellare la fine conclamata e voluta dell’azione educativa e del lavoro dell’insegnante.

Cancellando il tema, infatti, si calpesterebbe anche il tentativo giornaliero di tanti docenti che, nonostante una burocrazia imperante, riescono ancora a trovare energia, volontà e passione per preparare questi ragazzi al futuro.

 

(Lettere già apparsa su “Orizzontescuola.it” il 19/11/2021)

Lascia un commento