Antigone: Personaggio e mito

di Gemma Acri Guido

 

– Chi devo disegnare, prof.?

– Antigone.

– E chi è?

Un mito che ha 2500 anni, è stato amato in ogni epoca ed è attuale, incarnazione dei valori più veri e profondi, perenne simbolo del coraggio e della reazione di fronte ai regimi tirannici e alle violazioni dei diritti “umani”. Prova ne sono le associazioni e i gruppi intitolati a lei in tutto il globo.

Ma, prima di diventare un mito, Antigone era un personaggio teatrale, al centro della tragedia di Sofocle (496-406 a. C.), del quale è probabile sia una creatura (nessun riferimento antecedente in Omero, Esiodo o Pindaro; l’unico accenno è ne “I sette contro Tebe” di Eschilo, ma si dubita della sua autenticità) e portata in scena per la prima volta nel 442 a.C. Per la cultura ottocentesca, con Hegel in testa, l’opera più bella mai scritta. Insuperato poema letterario (prima che il XX secolo terminasse il numero di traduzioni, adattamenti e rivisitazioni era superiore a 1500), ma anche documento storico fondamentale per la ricostruzione di un aspetto importante del mondo greco: la sepoltura dei defunti, oggetto di discussione già in Omero (si ricordi Patroclo che appare in sogno ad Achille). I capolavori di Dostoevskji, Shakespeare, Wagner, Schiller, Dante, Racine e altri affrontano solo uno alla volta i temi che la tragedia tratta: l’opposizione tra individuo e società e i conflitti tra generi, generazioni, vivi e morti, umano e divino.

La cosiddetta “trilogia tebana” (“Edipo re”, “Edipo colono” e “Antigone”) narra la storia degli ultimi esponenti della sciagurata famiglia dei Labdacidi. Eh sì, Antigone è figlia di Edipo, quello del freudiano complesso (diagnosticato a Zeno Cosini, ma quella è un’altra storia…). Riassumo, con molto piacere, le vicende della trilogia, sperando che i miei cenni vi inducano a leggerla. Edipo da Corinto salva i tebani dalla Sfinge, sale sul trono, sposa la regina vedova Giocasta, dalla quale ha quattro figli; poi scopre di essere lui la causa dell’epidemia scoppiata in città e, da Tiresia (si recuperi lo spettacolo “Conversazioni con Tiresia” di Andrea Camilleri) l’assassino di re Laio, suo padre. Giocasta si impicca ed Edipo si acceca e si autoesilia (liberamente tratto da questa prima tragedia è il film del 1967 “Edipo re” scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini). Accompagnato da Antigone, Edipo giunge a Colono, sobborgo di Atene, e qui attende il lasciapassare di re Teseo; gli abitanti lo accusano, ma la figlia chiarisce  che le azioni del padre sono state volute dagli dei; arriva anche l’altra figlia, Ismene, per riferire che i due fratelli, Eteocle e Polinice, sono entrati in guerra per la successione. Gli dei, inoltre, vogliono che Edipo sia trovato e riportato a Tebe perché non merita l’esilio. Questi si arrabbia con i figli, che prima non lo avevano aiutato e ora lo cercano. Non vuole tornare in patria e Teseo gli concede di restare ad Atene. Ed eccoci ad “Antigone”,

che, dopo la morte del padre, torna a Tebe, i suoi fratelli si sono eliminati a vicenda. Polinice, con truppe di Argivi, aveva assaltato la città, difesa da Eteocle. Per questo Creonte, fratello di Giocasta e nuovo re, ordina che a Polinice non vengano resi gli onori funebri e decreta la pena di morte per chi lo seppellirà. Antigone, nonostante ciò, è decisa a violare il bando (kèrygma) e chiede alla sorella di aiutarla; Ismene, con travaglio, rifiuta. Antigone, non solo nipote di Creonte ma anche fidanzata di suo figlio Emone, va avanti imperterrita: sparge della sabbia sul cadavere del fratello, senza celarsi. Zio e nipote arrivano allo scontro: entrambi sostengono le proprie opinioni, asserendo di aver rispettato le leggi che accettano e a cui sono fedeli. Ma i due si riferiscono a leggi diverse: Antigone a quelle “non scritte e incrollabili” (agraphoi nomoi), dettate dal rapporto con gli dei e l’amore per il fratello; Creonte a quelle del positivismo giuridico scritte dal potere politico. Emone tenta inutilmente di fermare il padre, incorreggibilmente conservatore. Mentre Antigone si reca nel luogo deserto in cui sarà sepolta viva, rimpiange solo di non essersi sposata durante la sua breve vita. E muore. Tardiva la decisione di Creonte, persuaso da Tiresia, di perdonarla. Gli dei sono infuriati, rivela l’indovino, per il cadavere di Polinice, marcito e mangiato dagli uccelli, e per la condanna a morte di Antigone: «A tutti gli uomini accade di errare: ma, dopo aver errato, cessa di essere uno stolto e un disgraziato colui che, caduto nel male, vi pone rimedio e non rimane irremovibile». Creonte cede solo quando capisce che in ballo c’è la vita di Emone: raggiunge Antigone per liberarla, ma lei si è impiccata. Emone, eroe romantico ante litteram, tenta di uccidere il padre, gli sputa in faccia e si suicida abbracciato ad Antigone. Dal castello giunge la notizia che anche la regina Euridice si è tolta la vita. Creonte si assume la colpa di tutte le morti e ordina ai servi di portarlo via. La tragedia è suggellata dal coro, che rammenta come la prima felicità sia l’esser saggi, non si deve commettere empietà verso gli dei.

Persiste l’atavico dilemma, etico politico e giuridico, del rapporto tra il diritto e le sue interpretazione e applicazione, che consentono alle regole di non cristallizzarsi in una fissità che potrebbe farle percepire come ingiuste. Anche in un’altra delle sette tragedie superstiti di Sofocle, “Aiace” (l’eroe di Salamina che si suicida dopo un attacco di follia perché le armi di Achille sono state assegnate ad Ulisse e non a lui), vi è un dibattito sull’opportunità della sepoltura. In Grecia, solo il rispetto di consuetudini plurisecolari (chiusura occhi, lavaggio, sudario, lamentazioni e inumazione) consentiva il riposo dell’anima del defunto nell’Ade, alle cui soglie sino ad allora era costretto a vagare.

Il personaggio di Sofocle  presenta alcune caratteristiche del tutto diverse da quelle attribuitegli dal mito, che relega Creonte al ruolo di nemico: ricatta la sorella, mai nomina il fidanzato, ha un carattere duro, chiuso, privo di apertura per persone e opinioni diverse. Nel celeberrimo primo stasimo, del resto, Sofocle celebra i progressi dell’umanità, ma sottolinea i rischi insiti nell’uso sbagliato che può esserne fatto (far prevalere egoismi e ambizioni personali sul bene pubblico).

Nelle cento godibilissime e alla portata non solo dei giusgrecisti pagine di “Contro Antigone” (Einaudi), Eva Cantarella, storica giurista e sociologa (docente di Istituzioni di diritto romano e di diritto greco, ricercatrice sulle discriminazioni di genere e gli aspetti di vita privata e familiare dell’antichità) cerca, appunto, di chiarire se sia ancora opportuno identificare l’Antigone del mito (narrato oralmente e trasformato a seconda del contesto), “etichetta dai molti colori”, e si domanda fino a dove sia lecito amplificare e deformare il modello sofocleo senza tradirlo e rinnegarlo. Il personaggio della tragedia più tragico, secondo lei, è Creonte: consumato da un conflitto interiore del tutto ignoto ad Antigone, alla fine paga il prezzo più altro.

Dedica l’ultimo capitolo al riadattamento attuale del mito, in Italia e nel mondo.

Agli amanti delle commedie prometto di compensare con Aristofane.

 

(Antigone disegnata dalla mia alunna Anna).

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