Carezze di perdono di Giuseppe Zilli, Besa, 2024

di Cosimo Rodia

 

Giuseppe Zilli scrive la vita di Gesù in versi, secondo le sue personali suggestioni; non sono versi del filone cristologico, di una ricerca dottrinale; sono, invece, un attraversamento della vita del figlio di Dio, per ripercorrere il mistero della morte, della fede e della salvezza, senza che approdi a nulla di definitivo.

Dal prosimetro di Zilli, trapela una forte commozione per la speranza di salvezza, anche se nella raccolta mai avviene l’apoteosi della fede; l’autore non conosce la letizia e il mondo presentato da Gesù, fatto di bontà, misericordia, attesa, perdono, speranza, è lontano da quello dell’uomo, soffocato, invece, dalla doppiezza, dai falsi miti e dalla secolarizzazione. Allora, come può salvarsi l’uomo? L’unica possibilità risiede nell’apertura di credito al mistero di Gesù e alla potenza ordinatrice di Dio; ma Zilli presenta Giuda, quale icona umana ed emblema della nostra miseria, di una vita nella e con la morte.

Carezze di perdono si pone sulla scia dei grandi narratori dimenticati del secondo Novecento italiano, come Giuseppe Berto (con “La Gloria”, in cui è forte la ricerca angosciosa di Dio), Giorgio Saviane (con “Getsemani”, in cui si esalta la carità e l’amore), Luigi Santucci (con “Volete andarvene anche voi?” in cui le Sacre Scritture sono la fonte della carità e dell’attesa), Diego Fabbri (con “Processo a Gesù”); Mario Pomilio (con “Il Quinto Evangelio”), Ferruccio Ulivi (con “Il tragitto di una stella”); e poi, ancora, Cosimo Fornaro, Nantas Salvalaggio, Italo A. Chiusano.

Zilli, dal canto suo, attraversa la vita di Gesù, per coglierne la portata utopica; così, con una narrazione diacronica, parte dalla nascita, alla predicazione, al tradimento, alla crocifissione, alla morte e resurrezione, per soffermarsi sul senso della vita, sui valori e sulla verità.

La silloge inizia affermando preliminarmente che un’idea è “un soffio di un bagliore”, sicché la parola non può che essere negletta nel de-terminarla; quindi, l’argomento, così fondamentale, è affrontato con circospezione e coi limiti degli strumenti umani. Ecco, allora, sciorinati i caratteri connotativi di Gesù: figlio della terra arsa, del lavoro, dell’umiltà. Egli viene sulla terra a salvare il mondo, per la cui verità si presuppone il martirio; poi, si sofferma su Maria, la prescelta, la cui investitura avviene nel silenzio, tra raggi di luna e refolo di vento. Dopo trent’anni, ecco che germina la visione di Gesù, per una rivoluzione umana. Così dopo quaranta giorni nel deserto, il figlio di Dio si prepara a guardare il cielo, morendo; e si muore per la vita eterna, per quanto le “domande soffocate inaridiscono la gola”.

Un sogno che viene crocifisso: “Le spine penetrano il dolore/le grida spezzano solchi su carni sbiancate”. Gesù, ovvero il sogno, l’Aurora, la salvezza, diventa agnello sacrificale. Zilli si pone il dubbio del perché il cardine della salvezza passi dalla sofferenza; e da uomo finito, si chiede se l’amore medichi le afflizioni. Perché il sacrificio dell’agnello? Il dolore si nasconde “sotto i ciottoli levigati del fiume”. Per l’uomo mondano, allora, non ci sono risposte. La strada della verità è impervia, e spesso con le “serpi pronte a mordere le caviglie”.

“La strada era stata scritta sui muri dell’attesa”. E sulla terra, le pietre “nascondono il dolore”. Quel dolore che Gesù supera con la resurrezione: “Un germoglio si fa strada fra i ‘cuti’”, e il sangue di Gesù scolpisce il dolore.

Una morte che richiama l’essenziale, richiama i silenzi, contro i “cortei di ciarlatani”; per Zilli “rimangano le spine nelle domande senza risposte”. Perché la Madonna, cui le “sanguina il cuore”, deve soffrire, per tracciare la via della salvezza? Le scritture si avverano, ma a quale costo? Non solo, poi Zilli arriva alle domande già poste da Berto, Saviane, Fabbri: C’è il tradimento per trenta denari; ma come si può “tradire in nome della verità”? Per Zilli: “Tradire è ancora un tradimento”

Infine, perché il sacrificio, gratuito, almeno agli occhi umani, di innocenti e finanche di un cane? (Qui Zilli compie una traslazione semantica nel presente, richiamando la leggenda di San Donato e di un Dio forse vendicativo: “I profeti si alternarono per preparare la strada lasciando cadaveri per innalzare la voce. non basta l’ubbidienza, la paura. Niente”)

Si nasce con lo stigma dell’infedeltà, perché così è stato voluto (vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole!); dal punto di vista umano la “risposta rimane sepolta nella polvere”, e la verità porta con sé dubbi che “si affastellano come spighe di grano”.

Per quanto la trasfigurazione scomponga sentimenti sopiti e l’”alepeh” doni le risposte alle domande, “il traguardo di un’idea viaggia nell’ignoto della speranza”. E il tradimento cammina “tra le pieghe di serpi avide”; e al traditore non rimane che la corda al collo.

All’uomo, dice Zilli, “il tempo del sapere” non giunge se non per “stringere l’ultima instabile incertezza”. L’uomo può compiersi, a questo punto, solo per fede, perché “il credere sospende l’attimo”, ovvero, sospende il presente storico abitato dall’uomo finito, che si addormenta sotto la croce; così l’autore conclude che la riconciliazione non è per l’uomo terreno, nella cui finitudine trova giustificazione il bacio del tradimento e i trenta denari; per quanto il denaro non appaghi, visto che gli occhi sono in cerca “di certezze”.

La “corda” di Giuda Iscariota diventa la possibilità di ricomporre il silenzio. Zilli invita a ricordare lo sguardo di Gesù, lo sguardo mentre si consegna alla morte, per risorgere. Uno sguardo che dovrebbe accompagnarci, contrariamente a quanto succede nell’oggi, in cui “le case assopite”, mostrano come l’uomo abbia terminato di cercare, per abbandonarsi alla ritualità “domenicale”.

Drammaticamente Zilli si chiede se l’agnello si sia immolato inutilmente, visto i trenta denari sul selciato bagnato di sangue, che sostituiscono addirittura le stelle. Il sacrificio di Gesù ha superato “la mediocrità”?

La conclusione è che dopo aver creato vitelli d’oro e falsi miti, la salvezza per l’uomo è cercare la verità “nei cuori leggeri che soffiano silenzi”.

Il poeta leccese, così, ci consegna un libro senza nessuna finalità apologetica, perché in realtà, a me pare, una faticosa preghiera, quasi una inconclusa battaglia. Il nichilismo moderno ha riempito tutti gli spazi del pensiero, la civiltà delle immagini ha ipostatizzato la forma, l’uomo ha smesso di guardare il cielo, ma dentro ruggisce un bisogno metafisico, che non è un bisogno di alzarsi da terra, ma di riscrivere il senso del viaggio terreno.

Ci troviamo di fronte ad un libro che tenta di cambiare l’uomo dal di dentro, unica condizione per tentare di cambiare anche il mondo. L’uomo potrebbe concludere la deriva abbracciando la follia della Croce, la sola che riscatta il mondo dal male, dalle violenze, per aprirsi al regno della pietà, della carità e dell’amore.

L’amore e l’attesa diventano la cifra della salvezza, e non in una realtà ultraterrena, ma nel presente soffocato dalle passioni e dalle tentazioni; e la figura di Gesù ci permette di riappropriarci della dimensione del cuore, che contiene la chiave per disserrare l’oscurità del sentimento.

Anche dal punto di vista stilistico, la raccolta si presenta con non pochi motivi convincenti, si pensi al plurilinguismo (nell’uso di lemmi vernacolari o forme espressive come “cuti”, “chianche”, “pareti di calce fresca”, “inchiodati dalla calura”, “conchiglie”, “mare”…) che funziona come una trasposizione simbolica della salentinità nella narrazione. Per parlare, anche, del prosimetro, ovvero la compresenza di prosa (lirica) e poesia, dal linguaggio assolutamente essenziale e vigilato, con l’uso di tutti gli strumenti della retorica: dalle sineddoche (la “corda” per l’azione suicida), alle avvincenti sinestesie (“tre croci illuminano il silenzio”), dagli ossimori (“petali di mattone”), alle metafore e similitudini molto personali, dalle anafore, agli abbondanti enjambement.

Un’opera matura che arricchisce di non poco la poesia meridionale, nella quale, pur trattando temi escatologici, manifesta un sud fisico, trasformato in luogo dell’anima.

 

 

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