Tutto il resto è letteratura di Vittorino Curci, Musicaos editore, 2024

di Maria Pia Latorre

 

Si segnala la recente pubblicazione di «Tutto il resto è letteratura», Musicaos Editore, ultima e importante pubblicazione del noto poeta musicista pugliese Vittorino Curci.

Raccolta della maturità poetica, in cui lo sguardo si fa acuto e affilato, senza sconti per se stesso e per la realtà, una realtà che appare metastorica e non necessariamente alla  ricerca di possibili nuovi percorsi.

Innanzitutto vi è da sottolineare, in apertura, che “le parole non possiedono, ci vengono incontro”, e la poesia è il luogo dove “tutto si decide con una indecisione”, esordisce realisticamente il poeta, che si muove tra  dubbi fondamentali e cerca l’inesprimibile nelle fenditure della vita.

Vittorino Curci ci ha allenati al suo fare poetico che incorpora musica in modo naturale, come ci ha coinvolti in modalità immersiva alla sua musica, il cui respiro è un suono acuto in perenne ricerca di poesia.

La lotta che il poeta pugliese ingaggia con se stesso, nella ricerca di liberarsi dalle pastoie spazio-temporali o quanto meno di reinterpretarle, è titanica, e in gioco c’è l’essere o il nulla, la distruzione totale o una risurrezione non auspicata.

Riporto qui il testo di “Congetture per le quali non era possibile allora dimostrare il contrario”, per saggiare la fibra coriacea di questa raccolta, senz’altro ad alto contenuto d’ironia caustica, sia per l’estrema libertà espressiva dell’autore, sia per la sua naturale predisposizione a leggere a fondo il mondo: “avrà certo una vita più facile/ il disamore per tutto/ l’indifferenza e la tenuta/ stagna di chi non si perde/ in chiacchiere, l’altro che/ ridacchia alle tue spalle./ sarà sufficiente, per lui, ma/ a te non basta, l’arte ti duole/ come un arto fantasma./ in questo supplemento di vita/ sei cieco, ascolti i rumori/ della strada, sai cose/ che prima non sapevi./ ma, tornando, è lì che non/ ci si deve distrarre – giusto/ giustissimo l’avvertimento –/ è lì che si decide la riuscita/ o il fallimento”. E sale qui dall’anima il Montale di “Portami il girasole”, con uno dei versi che ritengo tra i più belli di tutta la poesia moderna “portami il girasole impazzito/ di luce”. Di luce ve n’è tanta in “queste righe decidue”, che della luce e del suo campo semantico ne fanno occorrenza.

Tutto il resto è letteratura” narra dello stare ad un bivio, perché ciò che accade oggi ci spiega il passato, o esattamente il contrario. Come già accennato, il poeta scrive in una dimensione che si è costruito, dove il tempo che scorre c’interroga: possiamo essere perdonati per la nostra smemoratezza?, si chiede, e questo tempo è un supplemento carico di pensieri, come montagne da scalare; dunque il tempo è amico/nemico, è il sentimento del rimpianto “lo spreco degli anni sfatati”, ma accanto a questo vi è un sentimento di stabilità che proviene dall’aver vissuto “è un sollievo sapere che l’autobiografia è già scritta negli/ spazi bianchi tra le parole e nelle incrostazioni prodotte/ dalle innumerevoli cancellature”.  Anche se sempre in agguato è il senso della resipiscenza, col suo carico di consapevolezza dell’errore.

Dunque un monologo dal taglio netto che indaga l’oggi con la consapevolezza di ciò che è già accaduto e del com’è accaduto; la maturità solida che porta a vivere il tempo come un supplemento, un’integrazione al già esperito e che ne determina la svolta. C’è qui il Curci metafisico, indagatore di contrasti, colui che sa “cose che prima non sapeva”, ma, procedendo nel percorso di bilancio, ritroveremo anche l’auto-esortazione alla fiducia, nonostante lo stato di resipiscenza a cui più volte il poeta torna, come un rovello vivo che lo angustia.

In questo diario intimo condiviso, i testi, per la maggior parte, sono introdotti da aperture colloquiali, quasi un parlare a sé parlando agli altri, riconoscendo che le nostre  vite passate sono legate al primordiale, “prima della pioggia eravamo noi il bosco”, vite che saltano fuori come schegge di una deflagrazione “ieri è stato un giorno fortunato/ per i miei elenchi di cose non guardate/ la terra smossa il latrato dei cani/ gli occhi arrossati la recinzione”.

Curci ci regala una raccolta pluristratificata, da scavare con tecnica meticolosa per non correre il rischio di distruggere, nello scavo, alcuni strati poetici, semantici e mnesici. Così, nel rincorrere ampie sonorità, c’imbattiamo, in un procedere per salti, com’è proprio del linguaggio musicale, in un pensiero legato ad un’immagine che, in apparenza è casuale, ma che, attraverso il sapiente gioco fonico, s’interconnette alla poesia e al flusso dei pensieri ‒ e di coscienza ‒ del poeta; l’oggetto vive perché è guardato e viene offerto alla vista dei lettori. Spesso si tratta di scene staccate, che lo stesso autore riconosce essere “un racconto senza dialoghi”. Poesia sicuramente ermetica e simbolista, dove il microfono (altra importante  occorrenza presente in “Tutto il resto è letteratura”) è oggetto transfert dell’ascolto, e dove spesso compaiono, quasi in sequenze randomiche, oggetti o parti di oggetti a cui sono appesi dolori, tormenti e nuove speranze.

 

 

 

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