La poesia conterrà la filosofia?

di Sandro Marano

 

«Non sarà possibile che un giorno fortunato la poesia raccolga tutto ciò che sa la filosofia, tutto ciò che apprese nel suo allontanamento e dubbio, per fissare lucidamente e per tutti il suo sogno?». Così scriveva in Filosofia e poesia (1939) Maria Zambrano adombrando la nozione di ragione poetica.

Per la filosofa spagnola, allieva di Ortega y Gasset e appassionata interprete del pensiero di Unamuno e della poesia di Machado, i grandi pensatori sono i poeti. La ragione poetica è, infatti, una ragione che si accosta all’irrazionale, o come lei dice con colorita espressione «si fa carico delle viscere», senza alcuna pretesa di svelare il mistero  o di spiegarlo. Per questo fa suo il linguaggio poetico carico di simboli, di metafore, di oscurità.

Osserva a questo proposito Diego Fusaro: «La sua caratteristica più affascinante consiste in uno sforzo intellettuale e viscerale insieme di dar voce a ciò che resta silente, di celebrare l’oscurità, l’altro lato dell’esistenza, quello esiliato, muto, nascosto ma profondamente sentito». La Zambrano disdegnò infatti qualunque sistema filosofico, che considerava come «castello di ragioni, muraglia chiusa del pensiero di fronte al vuoto».

Con la nozione di ragione poetica la filosofa spagnola vuol far valere le ragioni del cuore (e qui si sente l’eco di Pascal oltre che di Unamuno) rispetto al logos che da sempre caratterizza il pensiero filosofico. C’è, senza dubbio, e lo notiamo en passant, una qualche consonanza con quello che scriveva Ardengo Soffici nel Taccuino d’Arno Borghi  (1933): «il pensiero è disfattista; se non è quello dei grandissimi filosofi; ma allora è poesia».

La ragione poetica fa propria la parola del poeta, che cerca di fissare l’inesprimibile ed è irrazionale e  sovente ambigua: «La poesia è un aprirsi dell’essere verso dentro e verso fuori al tempo stesso. È un udire nel silenzio e un vedere nell’oscurità».

Ampiamente dibattuta dai critici è la differenza tra la ragione vitale propugnata da Ortega e la ragione poetica introdotta della Zambrano. Per alcuni la seconda è una variante della prima accentuandone solo  l’aspetto meno razionale. Per altri invece è un suo rinnegamento e, dunque, una nozione affatto nuova.

Per venire a capo di questa divergenza ermeneutica giova, sia pure per sommi capi, capire cos’è la filosofia per Ortega e cos’è la filosofia per la Zambrano. E proprio sul modo di intendere la filosofia si consumò la dolorosa e inevitabile rottura tra la Zambrano e il suo maestro Ortega y Gasset.

La Zambrano assimila la filosofia alla poesia. La ragione poetica è infatti «un metodo di pensiero che, ispirato alla poesia ed alla mistica, apriva un mondo di conoscenza alternativo a quello della filosofia occidentale» (Diego Fusaro).

Non c’è dubbio che una filosofia che si consacra all’ineffabile scivola a grandi passi nel misticismo. E non a caso la filosofa spagnola dedicò un saggio a San Giovanni della Croce e rilevò in un piccolo e  splendido testo, La confessione come genere letterario (1943), l’importanza dei diari, delle confessioni e delle epistole rispetto ai trattati e ai saggi in quanto più rivelatori della vita reale.

In L’uomo e il divino (1955), che certamente è la sua opera più suggestiva e filosoficamente più significativa, afferma che compito dell’uomo è «custodire» il mistero, «conoscerlo come tale, come mistero – senza pretendere di svelarlo». Ne consegue che la filosofia per la Zambrano non dà spiegazioni, «si accontenta di seguire l’uomo, la sua stupidità, la sua tragedia, il fuoco improvviso della sua gioia che in un attimo, per miracolo, ritrova tutto chiaro in sé, ma già è oltre, di nuovo nel bosco, viandante, solo, alla ricerca di sé. Il pensare è per la Zambrano non tanto un analizzare quanto un osservare, un restare testimone» (Diego Fusaro).

Ben altro è il modo di intendere la filosofia di Ortega y Gasset, che in Che cos’è la filosofia? (1929) scriveva: «La filosofia fa dell’aspirazione ad abbracciare intellettualmente l’Universo il principio logico e metodico delle sue idee». E marcando la differenza tra filosofia e misticismo osservava: «Ciò che non si può dire, l’indicibile o l’ineffabile, non è un concetto, e una conoscenza che consiste nella visione ineffabile del suo oggetto, sarà tutto ciò che volete, la forma suprema della conoscenza, ma non è ciò che noi intendiamo col nome di filosofia. Se immaginiamo un sistema filosofico, come quello di Plotino o di Bergson, che mediante concetti ci dimostra essere la vera conoscenza un’estasi della coscienza in cui questa oltrepassa i limiti dell’intellettuale o del concettuale e prende contatto immediato con la realtà senza la mediazione del concetto, diremo che si tratta di filosofie, in quanto provano la necessità dell’estasi con mezzi non estatici e cessano di esserlo quando si liberano del concetto nell’immersione dell’estasi».

E concludeva: «se il misticismo è silenzio, la filosofia è parola». Infatti, mentre il misticismo cerca di esplorare la profondità, la filosofia, contrariamente a quanto si può supporre, va in direzione opposta, vuol rendere manifesto, chiaro, ovvio quel che è profondo, «è un grande desiderio di trasparenza».

Va rilevato che la ragione vitale fu elaborata da Ortega come critica alla ragione astratta del razionalismo e dello scientismo, a quella ragione fisico-matematica (col suo mito del progresso), che dopo la grande crisi dei secoli XV e XVI aveva preso il posto della fede in Dio e che nel ‘900 cominciava a declinare e a trasformarsi da fede viva in fede inerte sotto l’urto delle guerre mondiali e della crisi ecologica.

La scienza, notava Ortega in Storia come sistema (1935), non ha nulla da dire sui grandi problemi umani: «l’umano sfugge alla ragione fisico-matematica come l’acqua dal canestrino». Ed è proprio l’insufficienza della ragione scientifica  ad aprire la strada alla ragione vitale, che aspira a raccontare il dramma in cui consiste la vita dell’uomo, quel che all’uomo è accaduto di essere. La ragione vitale è infatti una ragione attenta alla vita, che è il presupposto del pensare e vuole «salvare le circostanze», dentro le quali l’uomo si trova come un naufrago (magnifica metafora questa!) ed è chiamato a fare delle scelte. Ma è pur sempre ragione, che cerca nelle cose il loro succo razionale.

In definitiva, se la ragione poetica ha nella ragione vitale il suo punto di partenza, non c’è dubbio che poi le abbia risolutamente voltato le spalle per intraprendere un suo autonomo percorso.

 

Lascia un commento