Ascoltando Kavafis
di Joan R. Lladós[1]
Forse qualche giorno verranno trovate nuove poesie di Kavafis. Non sarebbe strano. In parte perché la sua eredità è andata dispersa, ma anche per le restrizioni all’accesso alle sue carte. Così è rimasta sconosciuta e inedita una parte importante della sua opera, in verso e in prosa, e le sue traduzioni. Il modo in cui diede a conoscere la sua opera non fu molto canonico. Non rispose mai con chiarezza alle proposte di riunire tutte le sue poesie in un volume, comprese quelle scritte in inglese (ebbe la nazionalità inglese fino a 22 anni). Tant’è vero che il suo primo libro vero e proprio venne pubblicato due anni dopo la sua morte. Il poeta si lamenta del tipo di vita che gli tocca di vivere quando dice “e mi sono convertito in un impiegato del Governo (che ridicolo) e spreco e perdo tante ore preziose al giorno (alle quali bisogna aggiungere anche le ore di stanchezza e di svogliatezza che le seguono) “.
Pubblicò poesie e articoli in diverse riviste letterarie della sua amata Alessandria d’Egitto, così come di Atene e di Costantinopoli, città che avrebbe conosciuto nei suoi scarsi viaggi, a differenza di altri poeti della sua epoca che viaggiarono per tutta l’Europa. Anche qualche rivista di Cipro e di Smirna contarono sulla sua collaborazione. Il diario e le impressioni di questi viaggi tuttora non sono stati pubblicati completamente.
L’opera di Kavafis, oltre ad essere sparsa, non supera le 150 poesie, almeno da quello che si sa fino ad oggi. La sua comparsa nel panorama delle lettere greche segnò una nuova epoca: in quel momento la poesia greca si trovava in un momento quasi di confrontazione tra una lingua colta che nessuno parlava più da mille anni (kazarévusa) e la lingua usata veramente dal popolo (dimotikí). Palamás, leader indiscutibile allora e difensore della lingua colta, non permetteva troppi cambiamenti. In più, tra di loro ci fu sempre una mutua incomprensione.
Kavafis riesce a provocare un ribaltamento nei valori poetici tradizionali imperanti nel panorama letterario di Atene, ma il suo magistero e il riconoscimento pubblico del suo lavoro non avverrà fino a 1909-1910. Dalla sua Alessandria d’Egitto non ebbe un interesse specifico per gli altri e rimase isolato nel suo mondo, dove manifestava un culto speciale alla sua propria voce interiore che scaturiva dalle profondità del ricordo: “i fatti, anche i più vivi, non mi ispirano immediatamente. Prima deve passare del tempo”. Un ricordo invocato una volta dopo l’altra fino a diventare una evocazione in cui rivivere, in una specie di sogno, gli scarsi momenti di gioia e di piacere, di pienezza. Kavafis si sente rinchiuso in una vita monotona (“A un giorno monotono/ne segue un altro monotono e identico”) e ricorre al ricordo come metodo di evasione dalla sua vita reale di impiegato inerte. Una pura illusione per evadere da questo isolamento fisico e morale di se stesso (“i miei ricordi, i simulacri del piacere”).
Questo apparente lirismo è assolutamente nuovo nella poesia greca. La sua lucidità ricrea le sue esperienze e opinioni attraverso personaggi storici, non più del periodo classico, ma dell’epoca ellenistica e, soprattutto, di quel “tempo” denigrato che è l’epoca bizantina. Il trasferimento dei suoi fallimenti personali a un’epoca storica poco gloriosa, per non dire decadente, fa risaltare la squallida immagine di un mondo, ormai insalvabile, che crolla. Il suo rifugio evocativo di situazioni reali vissute o immaginate (“Verso i godimenti che metà reali,/metà ingegnati nella mia mente erano”) e la loro trasposizione verso personaggi storici (fittizi in molti casi) lasciano intravedere una personalità molto particolare. Il suo isolamento narcisistico risulta molto più interessante dal punto di visto poetico che da quello psicanalitico (“desidero prima contemplare che esprimermi”). Perchè? Per il risultato. La ripetitiva evocazione di certi ricordi, questo rivivere il passato tante volte, col trascorrere del tempo lo portano verso la solitudine e la nostalgia. Succede così anche con la revisione dei testi, prolungata durante anni (“il mio lavoro lo curo e lo amo”).
Questo spiega lo scarso numero di poesie scritte, ma anche il suo stile puro e delicato, che cristallizza con la combinazione di vocaboli scarnati insieme ad altri di caratteri generici, in un discorso quasi colloquiale dove si intrecciano le due lingue greche. Anche se si riferisce alla poesia di Stratiyís, Kavafis afferma: “Non nascondo la mia preferenza per la lingua colta, ma credo che quando si usa con tanta gentilezza e perfezione, anche i critici più severi si lasciano convincere…”). Molte delle sue poesie, scritte inizialmente nella lingua colta, adottarono con il tempo un certo distacco formale con cui riusciva ad ottenere una sfumatura più espressiva con un minimo di risorse. Sfortunatamente, tutta questa intrecciata finezza va persa con la traduzione.
Il lirismo della poesia di Kavafis, presente nella sua superficie, lascia intravedere nella sua profondità una vera denuncia di un’epoca che, dopo il crollo di una società in decadenza, non permetteva ancora di scoprire nuove luci che potessero proiettare un’ombra nitida. “È difficile ricordare…”.
[1] Poeta catalano
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