Scarabocchi di Vincenzo Mastropirro, Arcipelago Itaca, 2025

di Sandro Marano

 

Ci sono parole e soprattutto modi di dire che non solo suonano meglio in dialetto piuttosto che in italiano, ma che nel dialetto hanno anche, se così si può dire, un maggior vigore semantico che nella traduzione si perde. Facciamo un esempio. In dialetto barese c’è un’espressione che indica una persona fredda insensibile, che non mostra emozioni: “frìdde ‘mbìtte”, che alla lettera vuol dire “freddo in petto”. Ognuno converrà che nella traduzione si perde quella particolare coloritura che invece possiede nel dialetto.

È probabilmente questo uno dei motivi che ha spinto Vincenzo Mastropirro, flautista, compositore, poeta e docente di musica, o “poemusico” come gli piace definirsi con un bel neologismo, a usare il dialetto della nativa Ruvo di Puglia (BA) nella scrittura dei suoi versi. Ma ce n’è un altro, più intimo, più radicato, ed è la volontà di salvaguardare le radici della sua terra, che poi, insieme ai paesaggi, agli usi e ai costumi delle genti che la abitano, è la propria parlata. E questo motivo si palesa in un verso gnomico della sua ultima opera Sciscke Scarabocchi:

«Ci vè linde se puorte re radèisce apprisse» (Chi va lento si porta le radici appresso).

La lentezza è, a ben guardare, uno dei contrassegni della civiltà contadina:

«Ci vè linde pote recanuosce re pedote

chère ca s’allàssene saipe au carròre

e sope vedaje re farfalle ca sapene abbuò.»

(Chi va lento può riconoscere le orme / quelle che si lasciano sul viottolo / e sa vedere le farfalle che sanno volare).

In vari componimenti di Sciscke compare la Murgia «ca scenne a more / cu pète e acque ca tagghjene curpe e aneme» (che scende al mare / con pietre e acqua che tagliano corpo e anima). E ci sono “le zappatìure” (i contadini), “u cunze” (il consòlo, ovvero un’atavica usanza che consiste nell’offrire del cibo ai familiari del morto nei primi giorni del lutto), “u vuoske” (il bosco) dove il poeta (con un’eco dantesca) si perde e dove «re cucchevosce me tremiéndene sturte / candene chju-o-mène na ninna-nanne» (le gazze mi guardano stranite / cantano più o meno una ninna nanna). E c’è infine il passare del tempo, dove però «u meracue de la vèite stè sèmbe in attèse» (il miracolo della vita è sempre in attesa).

Ma qual è il compito del poeta che ha da fare i conti con quella che Mastropirro definisce “umanità allo sbando”? È poeticamente quello dell’ago «che cuce lo strazio di questa terra».

Sciscke è divisa in tre sezioni, quella che dà il nome alla raccolta, ed altre due dedicate a persone scomparse e alla tragedia della migrazione, che in verità non aggiungono molto al pregio della prima sezione. Il titolo Sciscke richiama, come opportunamente nota Manuel Cohen nella sua prefazione, I scarabocc (Gli scarabocchi) di Tonino Guerra pubblicati nel 1946. Perché scarabocchi? Lo spiega in una nota introduttiva lo stesso poeta: «Sciscke è la parola che mi è rimbombata nella testa perché ascoltata fin da bambino. Indica lo scarabocchio, il segno infantile che un bambino fa prima di imparare a scrivere. Spesso utilizzato in forma dispregiativa, quando la grafia non era bella e il maestro ci diceva: “stè a fo’ sciske”…stai facendo scarabocchi».

Ma gli scarabocchi di Mastropirro, come quelli del poeta romagnolo, sono dei veri e propri acquerelli poetici, degli “appunti veloci” scritti in punta di penna, dove la sonorità del dialetto si sposa alla forza lirica.

 

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