La poesia adeguata all’infanzia (parte seconda): Giovanni Pascoli

di Cosimo Rodia

 

Giovanni Pascoli (1855-1912) è uno dei giganti della poesia del Novecento, e lo è in particolare per come i suoi versi siano stati piegati ai bisogni formativi dei ragazzi. Nato a San Mauro di Romagna, il poeta è toccato da diversi lutti: il padre, la madre, i fratelli…; tra le raccolte più importanti ricordiamo: Myricae (1891), Poemetti (1897), Canti di Castelvecchio (1903).

Oggi «vi è smarrimento, disorientamento dell’uomo […] di fronte alla morale perché questa sorta di capitalismo della postmodernità ha il deserto dentro, è priva di valori forti di riferimento […], la ricerca del senso della vita nella postmodernità è accentuata dai molteplici aspetti della sua crisi, le piaghe sociali che disgregano la convivenza sociale e minacciano la stessa sopravvivenza umana; gli abusi della tecnologia e della massificazione. La crisi della postmodernità impone, dunque, una nuova riflessione etica: c’è una ricerca di senso, una esigenza di responsabilità, una nostalgia dell’essere, una domanda del sacro» (A. GISOTTI GIORGINO, Valori e ricerca di senso. Percorsi pedagogici, La Scuola, Brescia 2001, pp. 16)

Così col dominio della cultura della soggettività si è aperta la porta ad una società consumistica e alienante, contro cui la poesia di Pascoli alza un baluardo, specialmente quando parla delle cose semplici come la famiglia, l’amicizia, l’amore, il dolore.

La poesia pascoliana, aiutata dalla sua musicalità, è come se esprimesse il bisogno immediato di un ritorno ai valori della famiglia, a quel calore che solo essa è capace di dare e di cui la vita non può fare a meno. Ma la poesia pascoliana è anche simbolismo, come è sintetizzato programmaticamente nello scritto Il fanciullino (1906). La poesia nasce dalla zona spirituale: «È dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi […], ma lagrima ancora i tripudi suoi […]. Ma quindi noi conosciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena meraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo, squillo come di campanello» (Pensieri e discorsi, MDCCCXCV-MCMVI, terza edizione, Zingarelli, Bologna 1097, p. 1)

La poesia e il poeta sono tali quando esprimono il dettato del fanciullino, con i suoi occhi innocenti ed ingenui. In ognuno di noi c’è un fanciullino che rimane tale anche dopo la fine dell’infanzia e che continua a guardare il mondo con lo stesso stupore e meraviglia. Per dirla con Gianfranco Contini in Pascoli s’intrecciano tre livelli: un livello grammaticale, uno pregrammaticale (con le onomatopee), uno postgrammaticale (con parole tecniche e gergali). In questa costruzione trovano posto i simboli come il “nido” domestico, rifugio, protezione, calore, la campagna, i fiori…

Tralasciando alcune celeberrime liriche, come X agosto per la dimensione tragica che contiene, della raccolta del 1891 proponiamo Orfano, in cui la poesia richiama la ninna nanna tradizionale; pur facendo uso dei metri tradizionali, viene elaborata una metrica assolutamente libera da regole, il cui scopo è quello di creare un accordo tra suoni:

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.

Senti: una zana dondola pian piano.

Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;

canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: intorno al tuo lettino

c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.

Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.

La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

Il primo verso sembra uscire dalle labbra di un bambino, che guarda una di quelle nevicate alpine che non finiscono mai: fiocca fiocca fiocca, interminabile. Inaspettatamente in mezzo a quel gran silenzio giunge il dondolio di una culla. E la descrizione lascia immaginare la situazione: il bimbo con il dito in bocca e una vecchia al suo fianco che canta. Non è la madre, perché quel bambino è orfano; ed è proprio per questo che Pascoli cambia il titolo iniziale che era Neve. Il verso 5 ripete la vecchia canta, come per dipingere la continuità dell’azione, e il bimbo si lascia facilmente illudere: non vede la neve ma le rose e i gigli e allora sì che ritrova la pace e si addormenta. Mentre fuori la neve cade e imbianca il paesaggio infreddolito, la vecchina canta una nenia per addormentare un bambino. Il canto alla fine genera un giardino di rose e gigli al cui profumo il bimbo s’addormenta.

L’orecchiabilità di questa lirica è dovuta ai classici endecasillabi, alla rima alternata della prima quartina e alla rima baciata dei due distici.

Nella raccolta Canti di Castelvecchio le cose umili divengono come un rifugio dalla paura. Ne La mia sera il poeta descrive la sua sera come la pace riconquistata dopo la tempesta dei primi anni:

Il giorno fu pieno di lampi;

ma ora verranno le stelle,

le tacite stelle. Nei campi

c’è un breve gre gre di renelle.

Le tremule foglie dei pioppi

trascorre una gioia leggiera.

Nel giorno, che lampi! Che scoppi!

Che pace, la sera!

 

Si devono aprire le stelle

nel cielo sì tenero e vivo. 

Là,  presso le allegre renelle,

singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto

nell’umida sera.

 

È, quella infinita tempesta,

finita in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano

cirri di porpora e d’oro.

 

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa

nell’ultima sera.

 

Che voli di rondini intorno!

Che gridi nell’aria serena!

La fame del povero giorno

prolunga la garrula cena.

La parte, sì piccola, i nidi

nel giorno non l’ebbero intera.

Né io… e che voli, che gridi,

mia limpida sera!

 

Don…Don…E mi dicono, Dormi!

Mi cantano, Dormi! Sussurrano,

Dormi! Bisbigliano, dormi!

Là, voci di tenebra azzurra…

Mi sembrano canti di culla,

che fanno ch’io torni com’era…

sentivo mia madre… poi nulla…

sul far della sera.

Come in molte altre liriche del Pascoli, anche in questa c’è il ricorso all’onomatopea: gre gre…don don. Nei versi 4° e 34°, suoni inseriti in un contesto omogeneo breve, renelle, tremule, trascorrere; lo stesso vale per don don con Dormi… dormi.

Il momento poeticamente più alto è costituito dalle prime strofe, dove il poeta contempla la natura, la tranquillità della sera, con le sue voci, con la sua tacita attesa d’un fiorire di stelle nel cielo. Nello stabilire un rapporto tra fenomeno atmosferico e condizione esistenziale, il poeta procede gradualmente contrapponendo agitazione e quiete: lampi… tacite stelle; scoppi… pace; cupo tumulto… dolce singulto; sino a regredire nell’infanzia; culla non a caso rima con nulla perché si arriva al non essere, all’annullamento.

Il ritorno all’infanzia, e in particolare ai primi periodi della sua fanciullezza, Pascoli lo ripropone nella lirica Le ciaramelle. Al poeta giunge un suono di zampogne «quel dolce suono d’organo pastorale antico come gli antichi pastori che erravano con le greggi prime addomesticate»; e, sembrandogli di sentire in esso «la voce mesta e soave della fanciullezza del genere umano, della fanciullezza d’ognuno di noi con quell’accorarsi non si sapeva perché, con quello sperare non si sapeva di che, con quel bisogno improvviso di godersi a piangere al collo della madre, che l’aveva ancora», sospira: «Oh! Rivivere quegli anni! Riaver quella Fede! Piangere ancora, come una volta, senza perché!» (L. PIETROBONO, Poesie di Giovanni Pascoli, decima edizione riveduta e corretta, Mondadori, Milano 1936; p. 18).

Udii tra il sonno le ciaramelle,

ho udito un suono di ninna nanne.

Ci sono in cielo tutte le stelle,

ci sono i lumi nelle capanne.

 

Sono venute dai monti oscuri

le ciaramelle senza dir niente;

 hanno destata né suoi tuguri

tutta la buona povera gente.

 

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;

accende il lume sotto la trave;

saranno quei lumi d’ombra e sbadiglio,

di cauti passi, di voce grave.

 

Le pie lucerne brillano interno,

là nella casa, qua sulla siepe:

sembra la terra, prima di giorno,

un piccoletto grande presepe.

 

Nel cielo azzurro tutte le stelle

paion restare come in attesa;

ed ecco alzare le ciaramelle

il loro dolce suono di chiesa;

 

Suono di chiesa, suono di chiostro,

suono di casa, suono di culla,

suono di mamma, suono del nostro

dolce e passato pianger di nulla.

 

O ciaramelle degli anni primi,

d’avanti il giorno, d’avanti il vero,

or che le stelle son là sublimi,

consce del nostro breve mistero;

 

che non ancora si pensa al pane,

che non ancora s’accende il fuoco;

prima del grido delle campane

fateci dunque piangere un poco.

 

Non più di nulla, sì di qualcosa,

di tante cose! Ma il cuor lo vuole,

quel pianto grande che poi riposa,

quel gran dolore che poi non duole;

 

sopra le nuove pene sue vere

vuol quei singulti senza ragione:

sul suo martòro, sul suo piacere,

vuol quelle antiche lagrime buone.

È una di quelle poesie apparentemente minori di Giovanni Pascoli, che in realtà è l’eco fedele della profondità del suo mondo interiore, un riandare autobiografico all’infanzia e un rivederne gli elementi e le atmosfere alla luce della propria concezione poetica ed esistenziale. L’arrivo degli zampognari dai monti, a metà dicembre, era un annuncio sonoro dell’imminente arrivo del periodo natalizio. Un suono da “organo dei poveri”, che Pascoli definisce con termini felicissimi suono di chiesa, suono di chiostro / suono di casa, suono di culla. Nel ricordo del poeta c’è nostalgia dell’infanzia. Inoltre quel suono rievoca l’altra antica tradizione del Presepe, e questo a sua volta costituisce una sacra rappresentazione del più grande mistero cristiano, quello della Incarnazione del Verbo.

I bambini osservano incantati un simile scenario, che nell’età adulta può trasformarsi in preghiera e anche in qualche lacrima, di quelle lacrime, come dice il poeta, buone che purificano l’animo e lo predispongono a un ritrovato equilibrio interiore.

Un’altra lirica incentrata sul tema del ritorno alla fanciullezza è L’Aquilone (raccolta prima nel volume dei Poemetti, poi in Primi Poemetti [1904]. Il testo ricorda anche la morte di Pirro Viviani, amico del poeta morto a diciassettenne, il 18 novembre 1869).

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico: io vivo altrove, e sento

che sono intorno nate le viole.

 

Son nate nella selva del convento

dei cappuccini, tra le morte foglie

che al ceppo delle quercie agita il vento.

 

Si respira una dolce aria che scioglie

le dure zolle, e visita le chiese

di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

 

un’aria d’altro luogo e d’altro mese

e d’altra vita: un’aria celestina

che regga molto bianche ali sospese…

 

Sì, gli aquiloni! È questa una mattina

che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera

tra le siepi di rovo e d’albaspina.

 

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era

d’autunno ancora qualche mazzo rosso

di bacche, e qualche fiore di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso

saltava, e la lucertola il capino

mostrava tra le foglie aspre del fosso.

 

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino

ventoso: ognuno manda da una balza

la sua cometa per il ciel turchino.

 

Ed ecco ondeggia, pencola, urla, sbalza,

risale, prende il vento; ecco pian piano

tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

 

S’inalza; e ruba il filo della mano,

come un fiore che fugge su lo stelo

esile, e vada a rifiorir lontano.

 

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo

petto del bimbo e l’avida pupilla

e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

 

Più su, più su: già come un punto brilla

lassù lassù… Ma ecco una ventata

di sbieco, ecco uno strillo alto… – Che strilla?

 

Sono le voci della camerata

mia: le conosco tutte all’improvviso,

una dolce, una acuta, una velata…

 

A uno a uno tutti vi ravviso,

o miei compagni! E te, sì, che abbandoni

su l’omero il pallor muto del viso.

 

Sì: dissi sopra te l’orazioni

e piansi: eppur, felice te che al vento

non vedesti cader che gli aquiloni!

 

Tu eri tutto bianco, io mi rammento:

solo avevi del rosso nei ginocchi

per quel nostro pregar sul pavimento.

 

Oh! Te felice che chiudesti gli occhi

persuaso, stringendoti sul cuore

il più caro dei tuoi cari balocchi!

 

Oh! Dolcemente, so ben io, si muore

la sua stringendo fanciullezza al petto,

come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in bocci! O morto giovanetto,

anch’io presto verrò sotto le zolle

là dove dormi placido e soletto…

 

Meglio venirci ansante, roseo, molle

di sudor, come dopo una gioconda

corsa di gara per salire un colle!

 

Meglio venirci con la testa bionda,

che poi che fredda giacque sul guanciale,

ti pettinò co’ bei capelli a onda

tua madre… adagio, per non farti male.

Tutto il componimento è dunque costruito su un lungo flash-back. Si rievocano le giornate di vento passate correndo con gli aquiloni, gioco più frequentemente praticato nella scuola degli Scolopi. Nel lessico pascoliano riecheggiano inserti classici, immagini e vocaboli derivati soprattutto dai poeti latini Catullo, Virgilio e Ovidio: le viole del verso 3, la dolce aria del verso 7. Ai versi 13 e 14 c’è una evidente enjambement, che conduce la scrittura da un piano arretrato all’ora presente: È questa una mattina / che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera / tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Il verso 27 fa intendere lo scoppio finale della gioia: tra un luogo dei fanciulli urlo s’innalza, con il ripetersi della vocale u, imita appunto il prolungato gridare dei fanciulli che inseguono gli aquiloni.

La poesia che si anima e si costruisce con i sentimenti diventa un genere fondamentale per elevare e purificare lo spirito umano, per portarlo in un’atmosfera di bellezza, in cui l’egoismo e la malvagità umana non trovano cittadinanza.

Una lirica, quella di Pascoli, orecchiabile, leggibile per il ricco apparato metrico, anche se gli aspetti tematici e i rimandi simbolici la rendono non facile per un bambino della scuola primaria, nella cui lettura avrà sempre bisogno della figura costante dell’insegnante.

 

 

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