Poesie per adulti adeguate all’infanzia: Giosuè Carducci (parte prima)

di Cosimo Rodia

 

Presentiamo ora alcune poesie di riconosciuti scrittori della letteratura italiana, che per dicibilità, per semplicità di linguaggio, per l’immediatezza tematica, sono stati i testi con cui tante generazioni hanno conosciuto la poesia (in maniera esclusiva almeno fino alla fine degli anni Sessanta del secolo appena trascorso).

Sono poesie che, verificheremo, hanno una struttura e una caratterizzazione semantica e metrica ben lontana dalla poesia degli ultimi vent’anni (periodo in cui si è specializzata la letteratura per l’infanzia); ciò nonostante, precisiamo che con la poesia letta di seguito, i fanciulli hanno fatto una prima esperienza, e per quanto non tenga conto evidentemente dell’età e dello sviluppo individuale di ciascuno a cui è fatta leggere nella scuola dell’obbligo, ha certamente creato una memoria culturale, che generalmente affiora in ognuno senza neanche saperlo, costituendo una sorta di base identitaria della cultura nazionale.

Giosuè Carducci (1835-1907)

Premio Nobel nel 1906, docente di Letteratura italiana all’Università di Bologna, neoclassico, Giosuè Carducci ha scritto una poesia carica di retorica e impastata con la metrica. Tra le sue raccolte ricordiamo: Levia gravia (tra il 1861 e il 1871); Giambi ed epodi (tra il 1867 e il 1879); Ode barbare (1878); Rime nuove (1887); Rime e ritmi (1899).

Da Rime nuove leggiamo la lirica San Martino; nella celebre poesia, riportata su tutte le antologie scolastiche, il poeta presenta il paesaggio della Maremma, sferzato spesso o dal libeccio o dal maestrale; dunque, un paesaggio umbratile e selvaggio a cui si contrappone la serenità del borgo contadino, l’odore di un autunno caratterizzato principalmente dall’effervescenza di un vino novello e dallo scoppiettio della brace sotto uno spiedo. Un cacciatore fischia sereno, mentre guarda il volo di stormi d’uccelli che sembrano neri nel tramonto.

La nebbia agli irti colli

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mare,

 

ma per le vie del borgo

dal ribollir de’ tini

va l’aspro odor de i vini

l’anime a rallegrar.

 

Gira su’ ceppi accesi

Lo spiedo scoppiettando:

sta il cacciator fischiando

su l’uscio a rimirar

 

tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,

nel vespero migrar.

Da notare l’avversativa con cui inizia la seconda strofa che rappresenta il contraltare ai toni cupi e uggiosi ritratti nella prima.

Una poesia comprensibile, anche se ci sono messaggi metatestuali che andrebbero colti in particolare col richiamato aggettivo “neri”, che smorza le immagini allegre e rasserenanti della visione del paese affaccendato.

Ma la peculiarità della lirica, che ha portato tanti insegnanti a farla imparare a memoria ai bambini, è la struttura metrica: settenari raggruppati in quattro quartine a rima baciata e con il richiamo della rima tra i versi che chiudono le ultime tre strofe.

Nella stessa raccolta spicca la poesia Pianto antico in cui il poeta esprime il dolore inconsolabile per la morte dell’unico figlio; una poesia intima di grande coinvolgimento emotivo, che tocca non poco le corde dei bambini, portati naturalmente verso forti slanci affettivi.

 

 

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