Amore e Morte in “Memento” – Il noir di Igino Ugo Tarchetti

di Italo Spada

 

Nel vasto genere dei cosiddetti “film di paura” (horror, giallo, thriller, grottesco, terrore, ecc.) trova posto anche il “noir”. Intorno agli anni Quaranta e Cinquanta, alcuni registi hollywoodiani[1] provarono gusto a provocare negli spettatori sensazioni di panico e di sgomento, evocando atmosfere lugubri. Non era una novità assoluta, giacché s’era visto di meglio con l’espressionismo tedesco[2]; non fu un fenomeno esclusivamente statunitense perché, nello stesso periodo e con risultati artisticamente più riusciti, questo genere filmico si affermò prima in Francia – con Henri-George Clouzot[3],  Jean Renoir[4] e Georges Franju[5] su tutti – e poi in tutto il resto dell’Europa. Questi film ebbero successo non solo perché tentarono di “farci ben comprendere le inquietudini e i timori – soprattutto legati alla vita nei grandi e annichilenti centri urbani – del periodo storico e sociale in cui furono girati”[6], ma anche perché la paura veniva spesso esorcizzata tramite l’esternazione e la rappresentazione.

Ne sanno qualcosa gli scrittori e i poeti scapigliati che, a metà Ottocento, si richiamarono al “maledettismo” di Baudelaire e al demoniaco di Hoffmann per trattare temi poco distensivi, come l’abnorme e il patologico, il funereo e il macabro, l’ironico e il sarcastico, il vizio e la morte.

Igino Ugo Tarchetti fa parte di questo gruppo di scrittori. In Memento, amore e morte, come nell’antico mito romantico, assumono toni particolarmente cupi e la fantasia dell’autore sembra non conoscere remore. La “cara fanciulla” che sta baciando ritornerà nelle “Leggende del castello nero” con lo stesso gioco di fisicità ed evanescenza e con lo stesso incombere ossessivo della morte e del disfacimento[7]. Nessuna bellezza può resistere in eterno, ma sovrapporre – con la tecnica prettamente filmica della “sovraimpressione” – il teschio al labbro profumato e lo scheletro al corpo di una giovane ragazza non è solo voglia di dissoluzione tipica di molti scapigliati, ma anche compiacimento di vivere e di fare vivere l’incubo; è tipica tecnica filmica del genere “noir”.

Tarchetti, secondo la descrizione che ne fece il suo amico Farina, “era alto un metro e ottantaquattro, con volto ovale, naso diritto, bella bocca, occhi d’un azzurro profondo solo un poco velati di tristezza; era bello e capace di provare e suscitare grandi passioni”. A ventiquattro anni scriveva: ”Molte donne ho amate, molte che mi hanno tutto sacrificato, avvenire, felicità, reputazione” ; eppure, il grande amore della sua vita, così come appare da varie fonti, fu una ragazza malata, epilettica, prossima alla morte, orribilmente brutta, le cui uniche attrattive erano gli occhi grandi e nerissimi e le trecce del colore dell’ebano[8]. Di lei, un giorno, scrisse: ”Quell’infelice mi ama perdutamente…il medico mi disse che morrà fra sei o sette mesi, ciò mi lacera l’anima, vorrei consolarla e non ho il coraggio, vorrei abbellire d’una misera e fuggevole felicità i suoi ultimi giorni e v’ha la natura che mi respinge da lei”. L’ironia macabra del poeta, sotto un certo aspetto, nasconde anche una sorta di sfida al destino. Se non si può sconfiggere la morte, la si può ridicolizzare. La lugubre storia d’amore avrà, nella realtà, due conclusioni: il 25 marzo del 1869, Tarchetti muore in casa dell’amico Salvatore Farina che lo aveva ospitato[9]; contro ogni nera previsione e a dispetto della morte, invece, Carolina/Angiolina sopravvive, ritorna nella nativa Sardegna e fino alla fine dei suoi giorni non dimenticherà più Igino Ugo. Leggenda vuole che ogni anno, nel giorno dei morti, non abbia mai mancato di far giungere fiori sulla tomba del poeta.

 

Memento

Quando bacio il tuo labbro profumato,

cara fanciulla, non posso obbliare[10]

che un bianco teschio vi è sotto celato.

   Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,

   obbliar non poss’io, cara fanciulla,

   che vi è sotto uno scheletro nascoso.

E nell’orrenda visione assorto,

dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,

sento sporger le fredde ossa di un morto.

 

 

[1] Robert Siodmak, Anatole Litvak, Bretaigne Windust, Raoul Walsh, Fritz Lang del periodo americano, Billy Wilder.

[2] Subito dopo la fine della prima guerra mondiale, si affermò una nuova corrente che diede al cinema tedesco risonanza anche all’estero: l’espressionismo. Il primo significativo tenta­tivo di cinema espressionista fu operato da Robert Wiene, il quale, nel 1919, realizzò Il gabinetto del dottor Caligari, un film di “ricerca” che si differenziava in modo netto dai prodotti spettacolari di Hollywood. I temi trattati dagli espressionisti – la solitudine, la pazzia, la ribellione, la disperazione, la morte, ecc. – apparvero subito inconsueti e rivoluzionari. Nella convinzione che il mondo esterno vive solo dentro di noi e che, pertanto, esso deve essere visto non con gli occhi del corpo ma con quelli dello spirito, i registi espressionisti portarono sullo schermo storie spesso fuori dalla logica, avvolte in atmo­sfere da incubo, con scenografie dirette a creare una voluta deformazione della realtà. Le vie cittadine strette e tortuose, i fanali contorti, le case piegate servivano a indirizzare lo spettatore verso un mondo fantastico, pieno di ombre, dove il sogno e la realtà si fondono e si confondono. I film più celebri dell’espressionismo furono realizzati nel breve giro di 4 anni. Tra essi, non si può fare a meno di includere:  Golem (1920) di Paul Wegener ed Henrik Galeen,  La rotaia (1921) di Lupu-Pick, Nosferatu, il Vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm  Murnau, Destino (1921), Il Dottor Mabuse (1922) e  Metropolis (1926) di Fritz Lang, Il gabinetto delle figure di cera (1924) di Paul Leni.

[3] Il corvo (1943),  Vite vendute (1953), I diabolici (1955)

[4] Il testamento del mostro (1959)

[5] Occhi senza volto (1959)

[6] Antonello Sarno, Il cinema dell’orrore, Tascabili Economici Newton, Roma 1996, pag. 40.

[7] “Le sue forme piene e delicate che sentiva fremere sotto la mia mano, si appianarono, rientrarono in sé, sparirono, e sotto le mie dita incespicate tra le pieghe che s’erano formate a un tratto nel suo abito, sentii sporgere qua e là l’ossatura di uno scheletro…” (Igino Ugo Tarchetti, “Le leggende del castello nero”, in “Racconti della scapigliatura”, Oscar Mondatori, Milano 1980, pag. 89)

[8] “Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! (…) Un lieve sforzo di immaginazione poteva lasciarne travedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l’esiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la sproporzione. Tutta la sua vita era nei suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati – occhi d’una beltà sorprendente. (…) Tutta la sua orribilità era nel suo viso.” (Fosca, cap. XV)

[9] Il giorno successivo sulla rivista letteraria “Il Pungolo“, Farina scrisse: “ …E’ morto dopo aver lungamente, coraggiosamente e dignitosamente lottato contro le brutali realtà della vita, nemiche accanite all’arte e alle sue manifestazioni; è morto quando la speranza di miglior avvenire, frutto di lavoro assiduo e di costanza indomabile, più caramente gli sorrideva; è morto quando gli sorridevano intorno attestati non dubbi della commozione profonda destata dai casi di questa povera Fosca, nella quale egli quasi morente versò tanta parte della vita che gli fuggiva- gioie, dolori, aspirazioni indefinite, proteste sdegnose, indignazioni sante- e quasi ad ogni linea, il presentimento della morte vicina…”. Dello stesso Farina, si legga “Ritratto di Iginio (sic) Ugo Tarchetti”, in “Racconti della scapigliatura”, Oscar Mondatori, Milano 1980, pagg. 161-166

[10] Con due b nel testo. Idem al verso 5.

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