Nowhere Special (Una storia d’amore)

Regia: Uberto Pasolini

Con: J. Norton, M. Lamont, C. Corrigan, V. Kane, L. Mathews, K. McErlean,

Italia, Romania, Gran Bretagna, 2021, Durata: 96’

 

di Italo Spada

 

John, lavavetri di 35 anni, è stato abbandonato dalla moglie subito dopo la nascita del loro figlio Michael. Quattro anni dopo, scopre di avere un male incurabile e che gli restano solo pochi mesi di vita. Cerca, allora, di intensificare il suo affetto per il piccolo e di far ricorso ai servizi sociali per assicurargli una famiglia che, quando lui non ci sarà più, potrà garantirgli protezione e amore.

Sappiamo che le vie del cinema sono infinite; sappiamo pure che, se si è a corto di idee, basta guardare quello che accade, quello che si legge sui giornali, quello che si sente dire. Uberto Pasolini non è nuovo ad operazioni del genere. Pronipote di Luchino Visconti, una delle colonne portanti del neorealismo che invitava a narrare ciò che era sotto gli occhi di tutti, lo aveva fatto nel 2008 con Machan dopo aver letto sui giornali la vera storia di una falsa squadra e, nel 2013, con Still Life dopo un’intervista apparsa su un quotidiano di Londra. Lo fa anche con questo suo terzo film. «Lessi – dice – la storia di un padre malato terminale che cercava una nuova famiglia cui affidare il figlio prima di morire. Provai a capire cosa volesse dire vivere questi momenti. Non ottenni risposte esaurienti, così ho deciso di raccontare la storia di questo uomo che si dedica esclusivamente alla crescita del suo bambino. E descrivere la forza della loro unione». Il sottotitolo nella versione italiana chiarisce come vuole descrivere questa unione: raccontando una storia d’amore. Ci riesce?

Sappiamo che l’amore emana un’infinità di suoni; tutto dipende dallo spartito, dallo strumento e da chi lo suona. In questo caso, lo spartito – storie di figli abbandonati, di padri costretti a fare anche da madri e di madri che devono fare anche da padri – si presta a più esecuzioni: fiabesche (Pollicino, Hänsel e Gretel), favolistiche (Pinocchio, La gabbianella e il gatto), romanzate (David Copperfield, Oliver Twist, Senza famiglia), filmiche (Il Monello, Il ragazzo con la bicicletta, Kolya)… Come dire che abbiamo davanti un “prezioso materiale polifonico” a disposizione del narratore-direttore d’orchestra che può adattarlo a suo piacimento e trasformarlo in musica da camera, opera lirica, canto corale, sinfonia, peana…

Nowhere Special è dolce e struggente malinconia che, di sequenza in sequenza, suscita interesse, attrae, coinvolge. Allontanando la tentazione di commuovere lo spettatore con scene strappalacrime, Pasolini fa ciò che un regista deve fare: utilizza la specificità del linguaggio filmico (eloquenti primi piani, limpide inquadrature, soggettive, brevi dialoghi, metafore, colonna sonora non invadente) e sceglie interpreti adatti al ruolo, come James Norton nei panni di John e, soprattutto, il piccolo Daniel Lamont in quelli di Michael. A loro affida il non facile compito di esprimere sentimenti contrastanti: la gioia di vivere momenti di intimità familiare e l’incubo della definitiva separazione, il gusto di assaporare un gelato al parco e la tristezza per la morte di un coleottero, la distensione nella lettura di fiabe e la rabbia del lancio di uova, il divertimento al Luna Park e il disprezzo per l’egoismo mascherato di generosità, il peso della depressione e la speranza di un domani migliore.

Pasolini non è Loach e non calca la mano su alcuni argomenti, ma non può fare a meno di aggiungere al tema centrale del film (la relazione padre/figlio) qualche accenno alla solitudine, alle difficoltà economiche, al variegato mondo delle adozioni e ai problemi che comporta, al ruolo dei servizi sociali, all’esistenza o meno della famiglia perfetta, alla crudeltà del destino che si accanisce sui deboli, all’interrogativo esistenziale di ciò che rimane dopo di noi. Bocconi amari che passano in secondo piano rispetto al dolore immenso che un padre prova quando sa che non potrà più dare la mano a suo figlio.

John non è un sociologo, ma capisce la differenza che passa tra chi vuole adottare un figlio per egoismo e tornaconto e chi intende l’amore come “una luce in fondo al tunnel”. John non è ricco, ma sa bene che un domani il suo cucciolo interpreterà l’eredità di lettere e di oggetti che sigilla nello scatolo della memoria come indissolubile legame tra la vita e la morte. John sa che il regalo più bello che può dare a suo figlio è ciò che non ha mai avuto: una mamma.

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