Attraversammo le porte del sonno di Daniele Giancane, Tabula fati, 2021

di Cosimo Rodia

 

La poesia come verità rimonta ad Aristotele, passa per Croce, Schiller, fino ad Heidegger (per il quale la poesia è svelamento dell’Essere). Giancane segue la linea socratica, ovvero, pone domande, richiama esempi sia mitologici sia reali, per concludere che il sogno è reale.

Il poeta barese affronta il tema da diverse angolazioni: da quello psicoanalitico, a quello mitologico, a quello surrealista. Ammettendo freudianamente che il sogno sia un desiderio irrealizzato, Giancane scrive: “Ma non sono forse desideri/tutti i nostri atti/quotidiani”, una visione parziale, dunque. Invece, lo scrittore largheggia nell’attraversare la visione mitologica e quella surrealista, secondo cui il sogno ha la possibilità di riscrivere una realtà parallela (“O forse quel sogno viene/da altri strati della coscienza,/che prevede il futuro/e conosce ciò che accadrà,/perché tutto è già scritto/nei disegni ultraterreni?).

Il poeta pugliese procede con interrogative dirette, seminando dubbi, con in nuce il tentativo di mettere in chiaro il funzionamento del pensiero senza il controllo della ragione, con l’interiorità dell’uomo capace di costruire novità, stili, visioni (Già per Breton il sogno si genera in maniera illogica, in piena libertà e l’accostamento delle due realtà crea l’idea di un diverso ordine della realtà).

Il sogno dunque è vero e la cartina di tornasole per Giancane è la tradizione storico-mitica, così richiama le premonizioni del re babilonese, Nabucodonosor; il mito di Hypnos che crea Fobetone e Fantaso, sulla base del quale, il professore barese conclude che il sogno “non [dice] la falsità/ma un’altra verità ignota/a noi diurni”; ancora, ricorda il sogno di Astiage, re dei Medi, cui gli aveva predetto che il figlio di sua figlia (Ciro), l’avrebbe rovinato, e veramente il piccolo divenuto adulto riscatta la Persia dai Medi; poi, rammenta il sogno di Costantino, servendosi del celebre affresco di Piero della Francesca; richiama Verlaine e la sua “Illusione du reve”, per ribadire che “noi viviamo già in uno stato di veglia/febbrile” (Verlaine aveva evoca, con la sua opera, una ricostruzione dell’unità tra l’anima e il mondo, grazie alla musicalità che dissolve e ricompone l’interiore e l’esteriore).

Ergo, i sogni premonitori sono veri. Una verità confermata da un altro ragionamento compiuto dal poeta barese: Egli ricorda con nitidezza i volti dei personaggi sognati, ma non già quelli delle persone incrociate al mattino, allora si chiede provocatoriamente quali dei due personaggi siano veri!

Così il sogno è vero per pregnanza e sostiene la vita nella misura in cui è capace, pur nella sua evanescenza, di riscriverla. Parafrasando Calderon de la Barca, Giancane accetta che “non siamo che larve di sogni”, tanto da concludere in modo apodittico: “E davvero, allora,/tutto finisce/non quando la vita finisce,/ma quando finisce il sogno”.

Lo diceva Schopehauer che “La vita e i sogni sono pagine dello stesso libro”; a fortiori, Shakespeare ne “La Tempesta” scrive: “Noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e la nostra breve vita è racchiusa nel sogno”; Giancane lo ribadisce con una domanda retorica: “Fra mille anni e per sempre/che sarà stato più sogno/Io o tu, lettore,/o i sogni che/ci frequentarono di notte,/imprevedibili?”.

Lascia un commento