Diario dell’anima e un poema infernale di Daniele Giancane, Besa, 2003

di Sandro Marano

 

«Se tutto è ciò che sembra

e a nulla rinvia,

allora vivere

è la tragedia suprema

o la noia inconcepibile»

In questi versi tratti dalla poesia Il significato, che fa parte dalla raccolta “Diario dell’anima e un poema infernale” del 2003, il poeta Daniele Giancane cede il passo al filosofo. Non trovare nelle cose del mondo alcun significato, «il misterioso oltre», è certamente una possibilità. Osservava il filosofo esistenzialista Karl Jaspers in “La fede filosofica” che «attraverso la filosofia, e contrariamente al suo senso, alcuni uomini hanno trovato la via del nichilismo». Infatti, «il carattere non concluso del mondo, il naufragio di ogni immagine definita del mondo, il fallimento dei nostri piani nel mondo, gli umani progetti e le realizzazioni, l’incompiutezza dello stesso essere umano ci conducono ai limiti in cui, davanti all’abisso, si trova il nulla o Dio». Ma il nichilismo, è una risposta superficiale, insoddisfacente, disperante. Ci lascia, per dirla con le parole di Mogol e Battisti, «preda dei venti», che fuor di metafora sono l’angoscia o la noia. «Questo falso filosofare – proseguiva il filosofo esistenzialista – percorre, con le sue ampie correnti, tutta la storia […], negando la Trascendenza, si confina in una presunta assolutizzazione dell’immanenza. Alla domanda che si chiede che cos’è questa immanenza, la negazione della fede risponde: l’esserci, la realtà, il mondo. Ma l’esserci è solo un presente evanescente […], la realtà sfugge e non si lascia conoscere nella sua inseità e totalità».

Il poeta allora si fa filosofo, riflette sull’apparente assurdità del vivere e si interroga per immagini cariche di significato. Nella poesia La scoperta del poeta, che si trova nella stessa silloge, Giancane scrive:

 

«In fondo cerco la ritmica del mondo,

le perfette simmetrie,

[…] Ma l’esistenza

non è incasellabile,

sfugge ai teoremi

immaginifici,

crea eccezioni infinite

ad ogni regola.

La fluida vita

è più forte del pensiero».

 

Aprirsi al mondo, alle cose che ci vengono date in dono, agli incontri che la vita ci offre, può fondare quella che Jaspers chiama «fede filosofica», che «è inseparabile dalla disponibilità incondizionata alla comunicazione», cioè credere «che esista per gli uomini la possibilità di vivere e di parlare insieme, di trovare insieme il cammino che conduce alla verità, sì da poter giungere, su questa via, a essere veramente se stessi».

Ma comunque va messo in chiaro che «la fede filosofica è un’esperienza vissuta, l’esperienza dell’Umgreifende [= l’essere che tutto avvolge] che mi può essere accordata o negata». Vivere quest’esperienza è in altri termini un dono, è la grazia, di cui ci parla la teologia  cristiana.

In una delle splendide Poesie del bosco, che formano la seconda sezione della raccolta “Specchio a tre facce” (2012), Daniele Giancane si rivolge ad un vecchio faggio che ha vissuto a lungo:

 

«ed ora vecchio vecchio

sei il custode del bosco,

il guardiano delle donnole

e del sonno».

 

Il poeta, in fondo, è un po’ come quel vecchio faggio nel bosco.

 

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