L’ora blu di Maria Curatolo, Informazione & Comunicazione, 2023

di Cosimo Rodia

 

L’ora blu di Maria Curatolo è un corpo di 65 componimenti, già maturi, caratterizzati da una scrittura suggestiva e dalla varietà tematica che assicura a chi attraversa le pagine, un calore e un tono avvincenti.

I temi predominanti che ritroviamo nella raccolta sono il mare, il Borgo Marinaro, i mestieri, le attese, l’amore. Pur trattando aspetti differenti, le liriche presentano le sfumature dell’articolato rapporto tra l’autrice e la sua terra natia. Il mare è onnipresente, come anche il lavoro di pescatore; uomini che vivono con la spada di Damocle della fatalità sul capo, elemento che assurge a simbolo della provvisorietà dettata dalla presenza forte e cieca del destino, che ben conoscono tutti gli uomini di mare, da diventare nella fattispecie congenita al pensiero anche dell’autrice.

Nel florilegio, troviamo la cristallizzazione lirica dei personaggi della famiglia allargata; così scopriamo in “Memoria di famiglia”: “I miei vestiti odoravano di mani fantasiose/della nonna”; o il vecchio zio “a raccontare fiabe/odore di salsedine il latte”; o ancora il nonno materno coi “suoi libri/nella valigia di cartone sotto il letto”; o il padre, il Pater familias che organizza il lavoro per le uscite in mare, sempre condizionate da ragioni esterne: solo la bonaccia permette di riempire le reti. E tra tutti i personaggi della casa, poi, spicca quello della madre dell’autrice, rievocata nella sua presenza forte, laboriosa e capace di incassare i colpi delle avversità del tempo; in “Madre”, la genitrice è presentata come la tipica mamma magnogreca: vestita di nero, con i segni della tragedia sul volto, che combatte in silenzio col destino che risulta essere anche il metronomo dell’anima: “Mia madre… l’Addolorata/che ha visto il respiro di tre figli/divenire anima”. Oppure, in “Anima” si legge: “Mia madre sempre in lutto/il dolore come il fuoco in/mezzo al petto”. Ma è una madre coraggio che non scappa davanti al destino perché lo affronta a viso aperto.

Un altro topos è il luogo natio dell’autrice, odiato e amato; in “La mia città”, infatti, Corigliano-Rossano ha i caratteri del “mare in tempesta, sapore amaro”, come a dire che la tragedia è costitutiva della sua terra sia per le insidie del mare, sia perché essa è terra di emigranti. Ciò nonostante, il suo paese è il luogo dell’anima; infatti, quando scrive “Ode al luogo dell’anima” non possiamo non riconoscere il suo Borgo Marinaro di Schiavonea, i cui sogni sono coperti di “Acqua e sale”. E il mare essere “angolo del mio vivere/è grembo nelle tue mani ” (“Ode al mare”); insomma, temuto e amato per la sua tipica ambivalenza (suprema bellezza per quanto ciecamente vendicativo).

Collegati ai luoghi e alla casa paterna, non mancano di farsi spazio nella memoria il cibo o i mestieri. Si può dire che i versi più pregnanti, nascano proprio da un processo di rammemoramento di un passato vagheggiato, amato e odiato.

Un interessante confronto tra passato e presente, l’autrice lo dà in “La poltrona dei ricordi”, in cui troviamo un contrasto ironico (quasi al limite della ferocia) tra le teiere Limoges e le tazze ricevute in regalo coi punti: “Affiorano/ricordi mai sopiti/ di tè in teiere Limoges/ora a languire/sonnecchiando sul tavolo tondo/e io sorseggio il caffè/nelle tazze in regalo coi punti/della spesa”; una sorta di correlativo per antitesi, per significare la qualità della vita tra le attese e la realtà.

Vi è una ricognizione degli aspetti esistenziali, dei colori, dei gusti degli abitanti dello Ionio da cui si percepisce una malinconica meditazione sul fluire del tempo, intrecciato da affetti e legami familiari.

Infine, il tema dell’amore; e qui l’autrice larghezza in richiami e suggerimenti. Ella scrive: il “tuo respiro addosso/dentro/in ogni crepa del mio cuore/a sanare le membra”; ecco la funzione taumaturgica del sentimento che tutto muove. Ancora: “Sorprendimi/è fuoco che brucia” (dai toni vagamente valdughiani). O ancora: “Li sento nel tuo abbraccio/vibrazioni e ritmi sconnessi”. E queste sensazioni proprio perché forti, sussultorie, non svaniscono; quel “leggemmo insieme una sera/d’inverno” (di dantesca memoria), sono sensazioni depositate nella memoria e di tanto in tanto tornano ad essere riascoltate; la lirica “Parole sospese” si chiude, infatti, con i seguenti versi: “Dove continuo ad ascoltare/parole sospese”.

Forte di un ricco bagaglio esperienziale, l’autrice suggerisce alle donne in fiore: Alessandra, Martina…, che esiste l’ora, nel cui attimo è presente anche la possibilità del dolore, così l’antidoto è vivere la vita senza attese, dando spazio all’amore. In “Ti lascio tempo” l’autrice conclude: “Tu vestiti di attimi, vivilo l’amore”.

Naturalmente non mancano altri temi, tra i tanti mi piace richiamare ciò che traspare della civiltà magnogreca, ovvero il dono, dalla cui lirica omonima si leggono i due versi finali: “A ricordare il tuo/che diventa mio”; ecco il dono come reciprocità.

L’ultimo aspetto che desidero sottolineare è il riconoscimento dell’autrice della forza creativa della parola; nella poesia “A Emily Dickinson” si legge: “Scivoli dentro/in quell’altare di parola” riconoscendo metaforicamente alla parola la capacità di entrare in ogni mistero ed essere capace di delineare i vissuti o, addirittura di prefigurare un mondo diverso.

Una silloge che ha un linguaggio vigilato ed in cui abbondano le figure retoriche; è facile imbattersi infatti in ossimori (“Candore inchiostro”), in sinestesie (“baci cuciti”), in metafore (“duri pensieri”) e poi in una modalità di scrittura a struttura contrastiva, ovvero l’accostamento di lessemi semanticamente opposti (“limpida burrascosa alba”, “Lacrima speranza”, “Uccelli selvaggi cortesi”, “Pesanti vaporosi cerchi”, “Mani ruvide vellutate”, “Felice sciagurato momento”).

Sono alcune delle peculiarità di un linguaggio mai lasciato al caso, aspetti stilistici che configurano una poesia lirica, in cui le parole esplodono, pur rimanendo legate al quotidiano e quasi lo oltrepassano, per esaltare la brillantezza viva, sanguigna e appassionata delle terre che si affacciano al Mediterraneo.

Quella della Curatolo è una poesia dalla parola ‘innamorata’ (per parafrasare il titolo di una famosa antologia di fine anni ’70), che si muove nel solco del canto intimista e (per usare le parole di Mengaldo) con un’espressione capace di far coincidere “con pochi residui lingua personale e lingua di tutti”.

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