Per sempre, mai più di Luisa Parato, edizioni Gelsorosso, 2023

di Sandro Marano

 

La guerra, ogni guerra, non riguarda solo gli altri, non è qualcosa che non ci tocca e cui guardare con malcelato distacco.  Quel che succede ora in Ucraina e in Palestina è alle porte, ma vorrei dire, dentro la nostra Europa, se consideriamo non tanto e non solo la geografia, ma anche la storia e le tradizioni comuni. Il rischio che corrono le nuove generazioni è purtroppo reale, è la cosiddetta spettacolarizzazione della guerra, come fu – per la prima volta – con la guerra del Golfo nel gennaio 1991, che poi vuol dire seguire in tv o sui cellulari, comodamente seduti, gli eventi bellici quasi fossero video giochi o fuochi d’artificio, ignorando il dolore e le sofferenze delle vittime e le devastazioni ambientali.

Capita dunque a proposito questo bel libro di Luisa Parato, Per sempre, mai più, pubblicato sullo scorcio di quest’anno dalle edizioni Gelsorosso in una veste elegante, impreziosita da foto d’epoca in bianco e nero che ritraggono i familiari dell’autrice via via citati nel testo. Perché ci ricorda, ove ce ne fosse bisogno, che «la guerra è un incubo che respiri nell’aria, nell’attimo, con le sue notti di paura, la fame, i crampi allo stomaco… La guerra lascia il segno su tutti: vissuta da un genitore che deve vivere per la sopravvivenza dei suoi figli, vissuta da un bambino, che per quanto non totalmente cosciente della realtà delle cose, vive mille disagi».

La Parato, insegnante di scuola primaria, autrice di canzoni e poesie che canta accompagnandosi alla chitarra ed amante del cinema, del teatro e dei gatti, ha messo in bella scrittura e ordinato in brevi succosi capitoli scritti con un linguaggio semplice e accattivante, i racconti orali della madre che ricordava i tragici avvenimenti vissuti nell’estate del 1943, quando aveva appena otto anni.

Tutto inizia a Salerno il 21 giugno quando improvvisamente il fantasma della guerra si materializza: «Fino a quel momento la guerra l’avevamo avvertita in modo marginale, tutti ne parlavano con una certa circospezione, quasi a voler allontanare e scongiurare qualcosa che mai si sarebbe voluto vivere. La guerra quindi era questa: quel boato invadente, lacerante, l’estranea che si era intromessa tra noi, nelle nostre esistenze, facendoci rotolare per terra, con le facce stupite, insieme alle nostre parole senza suono».

Protagonista indiscussa di queste pagine è la nonna dell’autrice, Ginevra, donna volitiva e intraprendente, dal “carattere solare”, che lungi dal perdersi d’animo di fronte alle mille difficoltà che la vita quotidiana presentava in tempo di guerra, ebbe il merito di tenere salde le redini della famiglia, risolvendo problemi pratici e impellenti come la ricerca affannosa di cibo o quella di un tetto sicuro.

Pagina dopo pagina la Parato ci racconta i luoghi, gli aneddoti, le paure e le ansie, gli incontri. Ci racconta l’involontaria comicità di certe situazioni come nel capitolo “Signora, suo marito è una capra”; ed anche le piccole consolazioni e i sogni di quel tempo sospeso, “fermo”, come la filastrocca inventata dalla madre dell’autrice insieme alle sue cuginette, che aveva fatto loro guadagnare l’appellativo di “poetesse in erba” da parte del nonno, riportata nel bel capitolo “Mantra della nocciola” (“Nocciola a me, nocciola a te, / nocciola alla figlia del re….”), mentre una insperata sensazione di pace proveniva dalla natura circostante: «Nella sera il profumo delle foglie degli alberi di nocciole illanguidiva l’aria, e le lucciole brillavano, noncuranti di quel che stava accadendo nel mondo».

Emerge, tra l’altro, dal racconto il valore della solidarietà nell’affrontare disagi e situazioni pericolose: «avevamo pagato tutti il prezzo di un conflitto che però ci aveva insegnato ad apprezzare le piccole cose, a dar valore agli affetti e ad essere complici».

In questa sessantina di pagine che si leggono tutto d’un fiato e vorrei dire che quasi “si guardano” come un film, si sente passare la grande storia. Con leggerezza e profondità ad un tempo. Perché questo libro, opera prima della Parato, come rileva opportunamente nella prefazione Giulia Dalena, è «asciutto, emozionante, evocativo, realista, senza enfasi né retorica». Ed è questo un ulteriore merito della scrittrice e della sua indubbia sensibilità poetica, che nel capitolo “Costellazioni” dedica a quel tempo vissuto pericolosamente, nel segno di un destino schiacciante, una delicata poesia che ci piace riportare per intero:

«Luce ed ombra si alternano / negli anfratti dell’anima, / la luna chiromante s’addormenta / dietro un velo di nuvole rosse / di fiamme. / La candela si consuma. / E intanto tu ci sveli / costellazioni di fortune, / i segni di un destino / già scritto nelle stelle».

 

 

 

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