Marabbecca di Viola Di Grado, La nave di Teseo, 2024

di Gemma Acri Guido

 

Un incidente apre, in medias res, l’ultimo romanzo dell’eccentrica Viola Di Grado. Uno scontro seguito a una scelta drastica. La marabecca del titolo è una creatura leggendaria della tradizione siciliana, inventata dalle madri di secoli fa per spaventare i figli e tenerli lontani dai pozzi artesiani scoperti. Un mostro, una strega, uno spirito, di cui si ignora l’aspetto ma si sa che, incontrato, si diventa “nenti come a iddu”.

Siamo a Catania, una delle due città in cui ci sono le mie radici. Lungomare sferzato dal vento rovente che trasporta cenere vulcanica, il Barocco in pietra lavica e marmo bianco, piazza Duomo e l’Elefante, la Plaja, la Scogliera, via Etnea, la festa di Sant’Agata, gli arancini, brioche e granita, le “tristi periferie con le graticole in cortile, le canottiere appese fuori, la carne di cavallo che frigge intrisa di spezie sotto il sole fino a farsi gommosa”, la favolosa Etna che ha inglobato il gigante Tifeo, la montagna dell’infanzia, «le donne con la pelle color cuoio che tornano dalla Pescheria con cartocci di giornale pieni di pesce spada». [Concedetemi di fermarmi un istante per abbracciare mia madre, il cui volto immagino ora rigato dalle lacrime]

L’intreccio, preparatevi, è disturbante: la descrizione della nostra isola maggiore è amara, imperano famiglie disfunzionali cattiverie e lutti. La narratrice mente sapendo di mentire (la si perdona perché lo fa per sopravvivere), alimenta fiotti di cinismo che s’infrangono su punti interrogativi, dissemina similitudini riflessioni e dubbi infetti e deviati. «A che costo si rigenerano gli organi dopo una patologia, o la mente dopo un grande dolore?». «Amavo l’arte perché fare arte è coltivare la distanza: da lontano le cose sono pulite, sopportabili».

Tre i personaggi principali. Clotilde, è lei che racconta in prima persona, trentacinque anni, capelli rossi, sottopeso, “bambina attardata in un’infanzia che non vuol finire”, padre deceduto e madre in carriera, insegnante di flauto licenziata, dipinge solo il mare, vomita, è insonne, nessuna vecchia amica, ha sogni e pensieri ricorrenti sulle persone che spariscono per amare qualcuno che reputano più idoneo. Un Erasmus da ventenne baby pink a Dublino per allontanarsi di casa, svezzarsi, e scappare dall’isola “indolente”, un ritorno che la rende una “ferita ambulante” con l’inconscio sanguinante. L’incontro con Igor, di cui, svuotandosi, diventa lo zerbino: «Ti insegnano a essere te stessa, a seguire le tue inclinazioni, ma a volte te stessa è un luogo inospitale che prima di poter essere abitato andrebbe bonificato: via le erbacce, il masochismo, via l’amore tetro che hai imparato dai tuoi che si tiravano gli oggetti addosso». L’hanno protetta dal mondo ma non dai pezzi di mondo che si lanciavano l’un l’altro. Igor, epatologo, è stato un adolescente prematuro, poi uno con “una fede religiosa in se stesso” che vuol fare proseliti. QI alto ed empatia sottozero, attrae perché emotivamente instabile, regala libri di Gide Achmatova Plath Montale e Rosselli, con lui si tocca quel fondo che sfida una legge della fisica. Il fondo del pozzo, la marrabecca. E infine Angelica, giovane, lunghi capelli d’oro, vestiti color pastello o glitterati, “candore maniacale da bambina sommersa di bambole”, studia per diventare ornitologa, ha una fraintesa riserva di leggerezza e il senso di colpa di essere nata, non è equipaggiata per la libertà, abita in una vecchia casa con una voliera e tanti uccelli (che prima o poi muoiono).

I pezzi centrali del puzzle-trama sono una storia d’amore insana di tre anni, la scelta, l’incidente, un nuovo “cantiere d’amore pieno di trucioli d’ansia e desiderio”. Un suicidio è la causa di tutte le peripezie, forse, e un suicidio è l’epilogo, forse. Vittime e carnefici si mescolano, azione dopo azione, e divengono strumenti dell’oscurità degli altri, “fiori recisi regalati a qualcuno”. Svolazzano in gabbia uomini e uccelli che amano e si nutrono come possono, mendicano il contrario di ciò che vogliono, invocano che gli si dica cosa fare e di poter rinunciare al libero arbitrio, rimettono insieme le giunture tra corpo e mente più volte spezzate. «L’amore era una matematica che non capivo. Non capivo mai quando bisognava aggiungere e quando sottrarre. Tenere qualcuno accanto o liberarlo».

Viola Di Grado, scrittrice orientalista e traduttrice, lunghi capelli biondi rossetto nero e occhi bistrati, col primo romanzo “Settanta acrilico trenta lana”, pubblicato a 23 anni, è stata la più giovane vincitrice del Premio Campiello Opera Prima e la più giovane finalista del Premio Strega. Anima sicula e gotica, ha creato la figura dello scriboterapeuta nella Capanna Zen del suo sito ufficiale. Seguitela, corrode!

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