Il ritorno alla natura come rimedio al declino dell’uomo in Knut Hamsun

di Sandro Marano

 

«Il lungo, lunghissimo sentiero tra gli acquitrini e le foreste, chi l’ha tracciato, se non l’uomo?». Comincia così I frutti della terra (Edizioni Centro librario Occidente, pp. 361), il corposo romanzo che Knut Hamsun (1859-1952) pubblicò in due volumi nel 1917 e che gli valse il premio Nobel nel 1920. Ma quale uomo può dirsi fiero di aver tracciato questo sentiero? Non certo l’uomo di città che corre dietro alle comodità, al successo, al denaro, all’apparire sociale ed ha smarrito il rapporto con la natura vivente. Ma solo un uomo laborioso, tenace, che ama e coltiva la terra e benedice i suoi frutti, che sa affrontare le avversità degli elementi e in esse tempra il proprio carattere.

Com’è noto, lo scrittore norvegese, tra i maggiori del Novecento europeo e autore di libri memorabili come Fame (1890), Pan (1894), Sotto la stella d’autunno (1906), fu rinchiuso in ospedale psichiatrico al termine della seconda guerra mondiale per la sua adesione alle idee nazionalsocialiste. Liberato e ridotto in povertà dette tuttavia prova di grande lucidità e dignità, scrivendo nel 1949, all’età di novant’anni, un ultimo struggente testo autobiografico sulla sua esperienza appena trascorsa: Per i sentieri dove cresce l’erba.

Considerato il suo capolavoro, I frutti della terra narra con uno stile descrittivo semplice e colloquiale e con un ritmo incalzante, che acquista via via un tono epico, la storia di Isak, primo colono di una terra brulla e paludosa costellata di fitti boschi, il quale riesce nel breve volgere di alcuni anni a dissodare e a  bonificare quei terreni, a formarsi una famiglia, a costruire una fattoria, fino a richiamare altri coloni che alla fine costituiranno una vera e propria comunità rurale. Così lo scrittore ne riassume la storia nelle ultime pagine del romanzo:

«E l’uomo ch’è qui è stato il primo a stabilirsi nel deserto. È venuto alla ventura, fra gli acquitrini e le brughiere: ha scoperto un prato e vi si è stabilito. Altri sono venuti dopo di lui, e i loro passi han finito col tracciare un sentiero attraverso l’Almenning. Altri ancora li han seguiti».

Ma questa storia è anche la storia di Inger, la donna forte e coraggiosa che condivide il progetto di vita di Isak, malgrado qualche tentennamento e qualche ritrosia e malgrado l’infanticidio che la marchia e per il quale sconta una pena. Inger è una figura femminile indimenticabile.

Il romanzo è quindi la storia di un uomo e di una donna nella natura selvaggia e incolta, della loro vita semplice fatta d’amore, di sacrifici, di gioie e di drammi, che si contrappone alla sofisticata e artificiosa vita cittadina dei tempi moderni. Solo l’uomo e la donna che vivono a stretto contatto col cielo e con la terra, ci suggerisce l’autore, possono contare di raggiungere la felicità, che nient’altro è se non quel senso gratificante dell’esistenza, che nel ritmo frenetico delle città moderne si è perso:

«Era bello, a Sellanraa, assistere, in primavera e in autunno, al passaggio delle oche migranti, il cui schiamazzo risuonava in alto nell’aria; e quando erano passate, sulla campagna ricadeva il silenzio. Ma gli esseri umani provavano uno strano intenerimento: pareva loro che la natura avesse parlato».

Nel romanzo, scrive non a torto Matteo Donadoni, si avverte «tutta l’avversione di Hamsun per la modernità che corrompe lo spirito. Egli indica la via per un ritorno alla vita naturale, una via dura, dolorosa, ricca di fatica e carica di incomprensioni forse, e forse utopica, ma una cosa è certamente avvertibile: la realizzazione dell’uomo sta nel proprio rapporto con la terra, non esiste felicità per l’uomo al di fuori del proprio habitat naturale» (dal sito Ricognizioni).

La civiltà contadina nello scrittore norvegese si contrappone alla società borghese. La prima vive secondo natura, la seconda si affida al volubile mercato. E non a caso votata al fallimento è l’impresa industriale di estrazione del rame dai giacimenti confinanti col podere di Isak. Sono le illusioni del progresso, come confessa a Sivert, secondogenito di Isak, Geissler, l’ex governatore della contrada e uomo d’affari, peraltro dotato di un temperamento generoso:

«L’ultima volta, ho lasciato che mio figlio trattasse l’affare; lui ha concluso la vendita. Un giovanotto della tua età, il baleno della famiglia! Io, invece, potrei confrontarmi con la nebbia. Io so quel che si dovrebbe fare, ma non lo faccio. Lui, è come il baleno che proietta il suo bagliore istantaneo. È nell’industria. È lui che ha venduto per me, l’ultima volta. Io sono qualcuno, lui no! Lui è soltanto il baleno, l’uomo d’azione del nostro tempo. Ma il baleno, in se stesso, è sterile. Ecco invece che cosa siete voi a Sellanraa! Voi avete continuamente dinanzi ai vostri occhi lo spettacolo delle montagne azzurre. Non è un’invenzione nuova: è il fjeld [= landa desolata di paludi e foreste] che si eleva là, dalla creazione del mondo, profondamente radicato nel passato. Ma vi tiene compagnia; voi vivete in comunione col cielo e con la terra, con questa natura immensa dalle radici profonde. Non avete bisogno di armi: andate senza spada, a capo nudo, fiduciosi del mondo che vi circonda. L’uomo e la natura non si danno battaglia: si metton d’accordo. La montagna e la foresta, la pianura e la palude, il cielo e le stelle, oh, non si censiscono, sarebbe miserabile cosa, perché non hanno misura. Ascoltami, Sivert! Tu puoi stimarti contento della tua sorte. Voi qui avete tutto quel che vi occorre per vivere, e per dare uno scopo all’esistenza, e per ispirare una fede. Nascete e generate; siete necessari quaggiù. Necessari, sì! Non tutti lo sono, al mondo! Voi mantenete la vita, voi la trasmettete di generazione in generazione: avete il senso della vita eterna».

Nel piccolo microcosmo umano descritto magistralmente da Hamsun si susseguono drammi e pettegolezzi, invidie e frustrazioni, calcoli e tradimenti, insomma l’umano troppo umano, per dirla con Nietzsche, ma su tutto finisce per dominare la solidarietà di chi condivide gli stessi problemi e soprattutto «l’immensa voce del cielo e della terra, la grandezza della natura che vi circonda da ogni parte, le profondità tenebrose della foresta, la poesia degli alberi».

«Il romanzo di Hamsun – osserva Martino Savorani – ci riporta a una dimensione quasi ancestrale, dove l’essenziale è l’unica cosa che conta. […] Ma che cos’è l’essenziale per Hamsun? L’essenziale è il rapporto con la realtà. Realtà, che parola desueta in quest’epoca virtuale! Hamsun ci invita a fare come Isak: lavorare per procurarci il cibo, trovare una consorte, avere dei figli, prodigarci per l’avvenire dei nostri figli… Tutto questo, suggerisce Hamsun, è più facile viverlo a stretto contatto con la natura» (dal sito di Martino Savorani).

Non c’è altra strada. Il ritorno alla natura propugnato da Hamsun per arginare il declino dell’uomo moderno non può che passare attraverso la ricostituzione delle proprietà rurali e la riappropriazione del lavoro agricolo. Solo allora la grazia della natura, al pari della grazia della teologia, produrrà il suo effetto salvifico. Solo chi si dispone (attraverso la meditazione, o l’arte, o il lavoro dei campi) a ricevere la grazia ne è degno: è questa una legge generale dello spirito.

 

 

(pubblicato su Barbadillo il 6 gennaio2022 col titolo: Perché riscoprire il sentiero de “I frutti della terra” di Knut Hamnsun)

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