L’avventurosa (e tragica) storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo

di Trifone Gargano

 

Il (bel) libro di Matteo Marani, Dallo scudetto ad Auschwitz, Diarkos, Reggio Emilia 2021, uscì in prima (e clamorosa) edizione nel 2007, con grandissimo successo di pubblico e di critica. Come chiarisce lo stesso Marani nella Postfazione alla nuova edizione, a quel tempo, di Arpad Weisz s’era persa quasi del tutto memoria. Eppure si trattava di un ex calciatore, ma, soprattutto, di un ex allenatore di calcio, che in Italia aveva guidato squadre del calibro dell’Inter, con la quale aveva vinto lo scudetto nella stagione 1929-1930, la prima edizione della serie A così come la conosciamo ancora oggi, sfruttando, tra l’altro, le eccezionali doti (e i goal) di un giovanotto attaccante di soli diciassette anni, che proprio Weisz aveva scoperto e buttato in prima squadra, tal Giuseppe Meazza (scartato a un provino dal Milan, perché giudicato troppo magro, e arruolato, invece, dall’Inter). Ma anche il Bologna, il Novara. E, la stagione calcistica 1931-1932, il Bari.

Arpad Weisz fu arrestato, in forza delle leggi razziali, nell’agosto del 1942, in Olanda, dove aveva trovato riparo, nel disperato tentativo di sfuggire alle persecuzioni nazi-fasciste. Esattamente ottant’anni fa. Arpad Weisz morì ad Auschwitz il 31 gennaio 1944, a soli 47 anni. Abbiamo pensato, allora, di onorarne la memoria, per il 27 gennaio 2022, a ottant’anni dal suo arresto e dalla sua deportazione, ricordando il contributo dato da Arpad Weisz alla città di Bari, e al Bari calcio, in quella stagione 1931-1932, cioè a novant’anni dalla mitica impresa di mantenere la squadra in serie A.

La partita-spareggio, contro il Brescia, si disputò a Bologna (in uno stadio, e in una città, importanti sia nella vita professionale di Arpad Weisz, sia in quella privata, familiare), il 16 giugno 1932. Scrive, infatti, Marani, con stile asciutto, ma con tono epico, che Weisz

«…aveva salvato il Bari alla prima apparizione in serie A. I tifosi lo osannarono, al rientro, portandolo in trionfo da piazza Massari fino alla porta di casa sua in via Podgora, al numero 48» [p. 51]

Come aveva già fatto con l’Inter, lanciando in prima squadra il giovanissimo Meazza, anche a Bari Weisz, in quell’anno, diede fiducia ai giovani:

«Al Campo degli sport, nel rione Carrassi, aveva dato fiducia a Bisigato e Giuliani, ricevendone in cambio oltre trenta gol» [ibidem]

Weisz aveva, di fatto, rivoluzionato il gioco del calcio, adottando metodi di allenamento innovativi, e ripensando tattica e schemi di gioco. Nel 1930, con Aldo Molinari, aveva pubblicato un manuale. Le riflessioni e le considerazioni tecniche, presenti in questo libro del 1930, sono, ancora oggi, a distanza di decenni, sorprendenti e di grande attualità. Un manuale pionieristico e rivoluzionario. Del resto, la dimostrazione più autentica dell’efficacia di questo suo metodo rivoluzionario è nel fatto che, un anno dopo l’uscita del libro, applicando le sue teorie, alla guida del Bari, Weisz riuscì nell’impresa della storica salvezza della permanenza in serie A. Il suo capolavoro calcistico, resta, indubbiamente, lo scudetto conquistato con l’Inter nella stagione 1929-1930 (l’Internazionale, in quella stagione, portava il nome di Ambrosiana).

Nel campo di sterminio di Auschwitz, non morì solo Arpad, ma anche sua moglie Elena, e i suoi due figli, Roberto di dodici anni, e Clara, di soli otto anni.

La città di Bari ha pensato, qualche anno fa, di ricordare Arpad Weisz, l’allenatore di origini ungheresi, con l’intitolazione di una strada, nei pressi dello stadio san Nicola. La tragica vicenda di Arpad Weisz (e della sua famiglia), sterminati, con milioni di altri esseri umani, nelle camere a gas di Auschwitz, sta a ricordare, a ciascuno di noi, il dovere di non dimenticare, affinché simili abominii non si ripetano, e testimonia del tributo di sangue dato dal mondo dello sport, che, al contrario della cultura dell’odio nazi-fascista, ogni giorno, sui campetti, nelle piscine, nelle piste di tutto il mondo, da quelle olimpioniche, a quelle amatoriali, parrocchiali, e delle lande più sperdute e povere del pianeta, dà testimonianza della cultura e della pratica dell’accoglienza, della pace, del rispetto delle regole (e dell’avversario), per un mondo inclusivo.

 

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