L’affido

Regia: Xavier Legrand

Con: Lèa Drucker, Denis Ménochet, Thomas Gioria, Mathilde AuneveuxMathieu Saikaly. Francia 2017. Durata: 90’

 

di Italo Spada

 

A prescindere dai riconoscimenti ufficiali ottenuti a Venezia 2017 (Leone d’argento per la migliore regia e Leone del futuro come migliore opera prima), L’affido è un bel film. Riprendendo un corto realizzato quattro anni prima (Avant que de tout perdre) il regista francese Xavier Legrand, classe 1979, con questo suo primo lungometraggio centra il bersaglio. Quello che narra è cronaca, purtroppo; come lo narra è cinema puro, fortunatamente. Vedendolo, non si può fare a meno di sentirsi coinvolti, di avvertire ansie e paure, di rimanere incantati dal linguaggio dei volti, di capire come parlano i respiri e il silenzio. In appena 90 minuti si passa da semplici spettatori a vicini di casa. Si osserva, si medita, ci si rende conto di chi ha torto e di chi ha ragione, si stenta a rimanere seduti nel buio della sala. Uscendo dal cinema ci si conforta pensando di avere visto solo un film e si ha voglia di respirare. Poi, quando la tv blocca la digestione con immagini di stragi di famiglia e con il numero dei femminicidi che aumenta di giorno in giorno, non si può fare a meno di pensare alle difficoltà quotidiane cui vanno incontro i divorziati con figli a carico. E allora si ripensa a Miriam e Antoine, a Julien e Josephine.

I primi due stanno divorziando. Assistiamo con curiosità crescente alle dichiarazioni dei loro legali, alle domande del giudice e alle risposte degli interessati, a  testimonianze pro e contro, alla sentenza di affido congiunto dei due figli. Josephine è a un passo dalla maggiore età, è innamorata e ha altri pensieri per la testa; Julien, invece, ha solo 11 anni, è legato alla mamma e vorrebbe proteggerla con tutte le sue forze. Andrebbe volentieri ogni fine settimana dai nonni paterni, ma non sopporta più quel padre manesco e violento che lo sta utilizzando come merce di scambio per ricattare l’intera famiglia. Pedinando Julien, Legrand ci introduce in un ambiente familiare che ha smarrito la tranquillità. Non serve a nulla cambiare casa, non rispondere al telefono, tentare la fuga. Se devi fare i conti con chi ragiona con i muscoli, puoi solo sperare nella buona sorte. Stop. Rivelando il finale, si farebbe un torto a chi legge e decide di andare a vedere il film. Gli si toglierebbe, soprattutto, la “partecipazione” alla vicenda. Come dire l’aspetto più rilevante di un film che, sequenza dopo sequenza e con apparente semplicità, induce a guardare dallo spioncino della nostra tranquillità ciò che avviene oltre il nostro uscio.

Kramer contro Kramer drammatico, thriller alla Hitchcock, Shining moderno? I richiami filmici si sovrappongono, ma nessuno di essi calza a pennello. L’affido non vuole spaventare, ma far riflettere. Lo fa senza enfasi, alternando il ritmo lento di alcune scene a momenti di tensione drammatica e soffermandosi su eloquenti primi piani e particolari. Lo fa, soprattutto, delineando personaggi credibili affidati ad interpreti eccezionali, come la fragile e determinata Miriam di Lèa Drucker e il rozzo e brutale Antoine di Denis Ménochet. Difficile stilare una graduatoria di merito, ma non si può fare a meno di elogiare il Julien di Thomas Gioria. Chi conosce la storia del cinema, probabilmente, avrà accostato questo piccolo-grande attore ad altri francesini diretti da François Truffaut. Niente da eccepire, ma all’Antoine de I 400 colpi (1959) e al Julien de Gli anni in tasca (1976) aggiungerei Pricò, il protagonista di un film di De Sica, datato 1943, che a distanza di 75 anni non smette di ricordare a noi adulti di fare attenzione a ciò che diciamo e a ciò che facciamo perché I bambini ci guardano.

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