Quando gli ideali muovevano le rivoluzioni

di Sandro Marano

 

Nel 2019 lo studioso Alessandro Barbera curò e raccolse in volume per le edizioni “L’Arco e la Corte” gli scritti sul ’68 di Julius Evola. Nella prefazione Bàrbera ricostruì non solo le circostanze che portarono il filosofo tradizionalista a intervenire tra il 1968 e il 1971 su varie testate, dal Borghese al Conciliatore al Roma, ma anche, in particolare, la posizione dottrinaria di Evola su questo fenomeno che attrasse anche alcuni gruppi e alcuni intellettuali della destra radicale (tra questi citiamo Giano Accame e Pino Tosca).

L’occasione che spinse l’allora direttore del Borghese, Mario Tedeschi, a richiedere la messa a punto di Evola fu la rottura con Giano Accame che aveva espresso in un paio di articoli (debitamente riportati in appendice insieme al testo di Mario Tedeschi) attenzione e comprensione per i giovani che contestavano il “sistema”, trovando insospettate analogie tra l’estrema destra e l’estrema sinistra.

Di fatto, il sogno di una unità generazionale contro il sistema parve concretarsi il 1° marzo a Valle Giulia dove gli studenti, senza distinzioni di destra e di sinistra, si scontrarono con la polizia. Ma tale aspirazione si spense ben presto, quando, quindici giorni dopo i militanti missini, capitanati da Giorgio Almirante, intervennero violentemente all’Università di Roma. Come scrive Bàrbera, «a determinare l’inversione di tendenza provvide l’allora segretario del MSI Arturo Michelini che, per motivi mai del tutto chiariti, spinse i giovani del suo partito verso la rottura violenta. Si trattò nell’immediato di un clamoroso errore, che ebbe come conseguenza pratica l’estromissione della destra dalle università per un decennio».

Sulla possibile convergenza tra gli opposti nacque in alcuni ambienti della destra radicale il mito dell’occasione mancata. La polemica di Evola è diretta principalmente a smontare questa tesi che ai suoi occhi era né più né meno che una illusione. Infatti, nei suoi articoli, Evola cercò di rettificare i punti di vista e la terminologia rilevando, ad esempio, come sarebbe stato più giusto parlare di rivolta contro il mondo moderno, anziché di contestazione del sistema, e rimarcando le differenze tra una visione tradizionale e una visione anarchica e nichilista propria dei contestatori. Esaminava poi i loro riferimenti culturali, in primo luogo Marcuse, considerato, non a torto, il padre della contestazione globale. A Marcuse, Evola riconosceva di aver saputo cristallizzare «un confuso impulso di rivolta» e di aver dato un contributo alla critica delle società industrialmente avanzata, senza però indicare uno sbocco convincente, stante la sua concezione “aberrante” dell’uomo ispirata alla psicanalisi e all’anarchismo.

Il giudizio conclusivo di Evola sul ’68 era che si trattava di «una rivolta legittima, ma senza una controparte positiva e senza speranze». Per questo, notava Bàrbera, «Evola invita la gioventù neofascista a non confondere in un calderone unico la rivoluzione di sinistra con quella di destra, data l’assoluta divergenza degli obiettivi finali». E a questo proposito riportava in una nota della prefazione, un gustoso aneddoto: alcuni esponenti del movimento studentesco, che pur orientati a destra si definivano “nazi-maoisti”, erano andati a trovare Evola per uno scambio di vedute. Questi giovani denotavano, ad avviso del filosofo, «una notevole confusione intellettuale», tanto che ad un certo punto, infastidito e forse annoiato dalle loro argomentazioni non trovò niente di meglio che trarre da sotto il letto alcune copie di Tex Willer e Nembo Kid e mettersi a sfogliarle con grande interesse.  La risposta di Evola, se si vuole, è una lezione di stile: col suo gesto il filosofo intendeva dire che, se proprio ad un’utopia ci si voglia richiamare, è di gran lunga preferibile e più plausibile quella del modo dei fumetti, che non la società invertebrata e anodina preconizzata da Marcuse e dalla scuola di Francoforte.

Nella postfazione al volume il giornalista Manlio Triggiani, facendo un bilancio del ’68, scriveva che «per l’ennesima volta il tempo ha dato ragione a Julius Evola», poiché la contestazione sessantottina si è rivelata «un fallimento, un movimento pretenzioso che ha lasciato confusione e una finta rivoluzione». E rifacendosi al detto proverbiale di Jonesco «diventerete tutti notai», notava che i giovani contestatori, che giocavano alla rivoluzione, sono poi diventati in gran parte dirigenti, senatori, professori, giornalisti, tutti borghesi incensati e ben pagati, mentre solo una piccola frangia imboccò la via senza uscita del terrorismo negli anni di piombo. Senza contare poi quei giovani che si persero a causa della dipendenza dalle droghe. Tutto ciò è certamente vero. Tuttavia, poiché in ogni fenomeno storico c’è sempre del positivo, non si può negare che proprio il vuoto spirituale propiziato se non causato dalla società dei consumi fece emergere in tanti giovani una maggiore sensibilità nei confronti della natura e una critica al consumismo e al degrado, che, come osserva Marcello Veneziani, «resta uno dei lasciti migliori del Sessantotto».

 

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