La paranza dei bambini – Pesci piccoli nella rete della malavita

 Regia: Claudio Giovannesi

Con: F. Di Napoli, Ar Tem, A. Turitto, C. Pellecchia, C. Vecchione, M. Piano Del Balzo, V. Aprea, P. Marotta, C. Pizzo, L. Nacarlo, R. Carpentieri

Italia, 2019. Durata: 105’

di Italo Spada

 

Succede. A volte, succede: vedi un film e pensi ad altro. Si chiama “associazione di idee”. Volti, immagini, situazioni, parole che ti rimandano indietro negli anni e ti invitano a riflettere e a fare paragoni. Da bambino, scorazzavo nelle viuzze del mio quartiere con una banda di coetanei. Avevamo quasi tutti dei soprannomi. Si suonavano i campanelli dei palazzi e ci si dava alla fuga, si faceva il girotondo intorno alle faville del ceppo di Natale e, soprattutto, si giocava a “Guardie e ladri”. Ci si rincorreva, si facevano prigionieri, si sparava. Ma erano pistole di legno, i nostri genitori vegliavano dalle finestre e non scendevano per strada urlando di disperazione; sapevano che il nostro stramazzare a terra colpiti a morte era solo una sceneggiata.

Niente a che fare con i ragazzi che ne “La paranza dei bambini” rubano, si procurano armi, minacciano, spacciano droga, comprano abiti firmati, cercano di fare colpo sulle ragazze pagando 500 euro per un tavolo in discoteca, entrano in competizione con i camorristi, si fanno giustizia da soli, non temono il carcere e giocano con la morte. Sono ancora “pesci piccoli”, con la voglia di diventare boss a 10/15 anni, attratti (e accecati) dalla luce della malavita che li intrappola inesorabilmente. I padri del tutto assenti; le madri impotenti.

Tratto dall’omonimo romanzo-verità di Roberto Saviano, l’autore di “Gomorra” costretto a vivere sotto scorta dal 2006, questo film di Claudio Giovannesi, premiato a Berlino 2019 con l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura, è un pugno allo stomaco. Si vede un noir di strada, ma si pensa a un documentario con la cinepresa incollata agli attori. I ragazzi di vita pasoliniani (“Alì ha gli occhi azzurri” del 2012) diffondevano una loro primitiva poetica bellezza; i due innamoratini del riformatorio (“Fiore” del 2016) suscitavano tenerezza; questi scugnizzi del rione Sanità disorientano e intristiscono: hanno toni cupi, deturpano i loro corpi con il sanguinaccio, dicono senza muovere un muscolo “per diventare bambino ci ho messo 10 anni, per sparati in faccia ci metto un secondo”, vanno in moto sventolando palloncini rossi che annunciano vendetta. Chi ha letto “Bacio feroce” (continuazione de “La paranza” e probabile nuovo film tratto da un libro di Saviano) sa che fine faranno. I loro soprannomi di fantasia –  Maraja, Pesce Moscio, Dentino, Lollipop,  Drone, Tyson, Biscottino, Briatò – non riescono a farci dimenticare che quanto accade in questo film  è cronaca e risulta difficile resistere alla tentazione di generalizzare. Che futuro avranno (se l’avranno) i nostri ragazzi? Domanda da mille risposte, per lo più catastrofiche, perché implica fenomeni dei nostri giorni, meno tragici ma pur sempre preoccupanti: bullismo, violenza di gruppo, fuga da casa, droga, abbandono scolastico, furtarelli, maleducazione…  E non si può fare a meno di piombare nel pessimismo.

A meno che…

A meno che non succeda che da una sala di cinema ci si trasferisca a casa propria, davanti al computer o smanettando il cellulare. Sms, Email, You Tube, WhatsApp. Un messaggio per te. Si clicca e appare Franco Nembrini, insegnante, scrittore e pedagogista. Sta parlando di educazione. Queste le sue parole:

«Voglio leggere quattro citazioni che sono giunti in questi giorni sulla mia scrivania.

La prima: “La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, si burla dell’autorità e non ha alcun rispetto degli anziani. I bambini di oggi sono dei tiranni. Non si alzano quando un vecchio entra in una stanza, rispondono male ai genitori. In una parola sono cattivi“. La seconda: “Non c’è più alcuna speranza per l’avvenire del nostro paese se la gioventù di oggi prenderà il potere domani poiché questa gioventù è insopportabile, senza ritegno, spaventosa.” La terza: “Il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico. I ragazzi non ascoltano più i loro genitori: la fine del mondo non può essere lontana.

La quarta: “Questa gioventù è marcia nel profondo del cuore. I giovani sono maligni e pigri. Non saranno mai come la gioventù di una volta. Quelli di oggi non saranno capaci di mantenere la nostra cultura.” Il virgolettato del primo racconto riporta parole di Socrate: siamo nel 470 avanti Cristo. Il secondo sono parole di Esiodo: 720 avanti Cristo. La terza citazione, quella della fine del mondo che non può essere lontana, è di un sacerdote dell’antico Egitto: 2000 avanti Cristo. E l’ultima è un’incisione su un vaso d’argilla dell’antica Babilonia: questa volta siamo a 3000 anni prima di Cristo. Era solo per dire che l’educazione è un casino, ma è così da mo’! »

Forse aveva ragione il poeta polacco Josef Bulatowicz quando scrisse che la speranza mette radici anche nella roccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

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