CODA – I segni del cuore

Regia: Sian Heder

Con: E. Jones, E. Derbez, T. Kotsur, F, Walsh-Peelo, D. Durant, M. Matlin

USA, Francia, Canada, 2021. Durata: 111’

di Italo Spada

 

La storia del gigante sconfitto da un ragazzino armato di fionda non mi è nuova. Per questo, quando alla cerimonia delle assegnazioni degli Oscar 2022 è stato premiato “CODA – I segni del cuore” della regista statunitense Sian Heder, non mi sono meravigliato più di tanto. Tre sassate in testa a presuntuosi giganti (Dune, Il potere del cane, Belfast, West Side Story, Una famiglia vincente…) che corrispondono alle  prestigiose statuette di “miglior film, migliore sceneggiatura non originale, migliore attore non protagonista”.

Che cosa è successo? Un miracolo, sono cambiati i gusti, una clamorosa svista della giuria, oppure…

Nessun “oppure”. Solo l’ennesima dimostrazione di ciò che si sapeva; e cioè che il cinema, per avvincere e affascinare, non deve necessariamente fare affidamento sulla generosità dei produttori, ricorrere a effetti speciali, scritturare  divi, stupire con scenografie faraoniche. Il segreto della riuscita, esattamente come lo fu per i Lumière, rimane quello di saper coinvolgere emotivamente gli spettatori. E non importa se si narrano storie già sentite, se fanno capolino smagliature, se il finale è più che prevedibile.

CODA è il remake de “La famiglia Bélier” di Eric Lartigau (2014), con qualche modifica (dalla Normandia al Massachusetts, da agricoltori a pescatori, ecc.) ma senza rilevanti alterazioni della trama, sfiora temi deja vu (il bullismo, i sacrifici per mandare avanti una famiglia, l’amore adolescenziale, la ribellione degli sfruttati, il rapporto genitori-figli) e non fa sussultare per improvvisi colpi di scena. La novità è tutta nel modo di trattare il problema della sordità: non strappando risatine, come avveniva con i Bélier, ma suscitando commozione. Merito non tanto e solo degli attori (quelli  della famiglia francese facevano finta di essere sordi, mentre questi di Gloucester – genitori e fratello della protagonista – lo sono veramente), ma anche della scelta del regista che predilige l’eloquenza delle immagini, la mimica e, ovviamente, la gestualità. Per fare in modo che la lingua dei segni diventi “segni del cuore” sono sufficienti una carezza della mamma, un gesto del papà, un abbraccio del fratello, un bacino tra adolescenti. Commuoversi non è sempre e solo indice di debolezza; a volte è com-partecipazione a una vicenda che, pur essendo frutto di sceneggiatura creata a tavolino, può realmente accadere nella vita dei vicini di casa, dei compagni di classe, delle persone incontrate per caso.

Può accadere di imbattersi in una diciassettenne, figlia di adulti non udenti (CODA, acronimo di Child of Deaf Adults), costretta a ricoprire più ruoli: studente, lavoratrice, interprete. A discapito, come si può ben capire, di un’adolescenza felice e serena. Ruby Rossi, la protagonista di CODA, si sveglia alle tre del mattino, va a pescare con il padre e il fratello, corre a scuola, crolla di stanchezza sul banco, vive da emarginata. Non è vita, la sua; soprattutto, non è giovinezza. La medicina si chiama Miles, un ragazzino coetaneo che le ruba il cuore; la cura gliela fornisce involontariamente Bernardo, il maestro del coro della scuola, che li accoppia in un duetto romantico. Timidezza, amicizia, piccola crisi, scuse, ricomposizione, passeggiata fuori da occhi indiscreti, tuffi nel mare, allegria, bacio. Storia d’amore adolescenziale inserita in problemi ben più gravi, come quelli che riguardano il lavoro e la sussistenza. La barca della famiglia Rossi (in senso reale e figurato) rischia di affondare e impone sacrifici e dolorose rinunce. Ruby ama il canto e ha una splendida voce, Bernardo la spinge a tentare di vincere una borsa di studio e andare in un college a Boston, ma per realizzare il suo sogno dovrà far mancare alla famiglia il prezioso apporto di “traduttrice”. Da spettatori smaliziati, non abbiamo dubbi e sappiamo che ce la farà; sappiamo anche che i suoi familiari canteranno vittoria superando la sfida con il Consiglio locale e i guai con la Guardia Costiera, eppure…

Eppure ci si inumidiscono gli occhi quando il padre tenta di sentire la voce della figlia sfiorandole le corde vocali; quando Ruby, ad uso esclusivo dei suoi, illustra il testo della sua canzone con la lingua dei segni e quando, in partenza per Boston, protende il palmo della mano in avanti per dire “Vi amo!” con il pollice, l’indice e il mignolo.

«Cinema – si dirà. – Solo cinema. La realtà è ben altro e il tema della disabilità non va raccontato con troppa grazia.»

No? E come va raccontato? Con i pugni?

Allora, forse, è il caso di togliere l’Oscar anche a CODA e assegnarlo a “Tieni il nome di mia moglie fuori dalla tua fottuta bocca!” diretto e interpretato da Will Smith, con il comico Chris Rock nei panni dell’aggressore e Jada Pinkett Smith, malata di alopecia, in quelli della vittima.

Chi vuole proclamare, come vero vincitore degli Oscar 2022, quel poco edificante film fuori programma visto in diretta da milioni di spettatori si faccia avanti.  

 

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