Vora di Mara Venuto, edizioni peQuod, 2023

di Sandro Marano

 

È la quarta raccolta di versi di Mara Venuto, poetessa e autrice di testi e corti teatrali. Come ci informa nella prefazione Giovanni Laera, “vora” è una voce dialettale pugliese che sta per voragine, inghiottitoio, buco. E nei versi della poetessa tarantina ritorna spesso questa espressione, ad esempio “nel buco della terra” (p. 19), “ai buchi dei ricordi” (p. 36), “la senti questa vora che tradisce” (p. 38), “ai buchi consegnare l’inutilità” (p. 54), “gli altri, /una parola e la sua voragine, / una mortale separazione” (p. 60).

Fuor di metafora, la voragine, cui rimanda il titolo della raccolta, è senza dubbio quella dell’inconscio e si apparenta per analogia al “buio attraversabile con un pugno” (p. 19), a quel buio dell’anima – altro vocabolo discretamente presente nella raccolta – che la Venuto vuole diradare con “la lucida sapienza delle viole” (p. 15).

Sta di fatto che in queste cinquanta composizioni poetiche senza titoli, che in continuità con le precedenti raccolte si muovono in una linea che potremmo definire ermetico intimista, la poetessa s’impegna in un tenace, crudo corpo a corpo con se stessa: “il mio paesaggio sprofonda / e non si disfa intero” (p. 62), scrive.

I suoi versi severi, di non facile fruibilità, non di rado criptici, tendono più a celare che a rivelare, nonostante alcune insospettate aperture: “la notte di San Lorenzo cadevano i pudori / e il mare era rosso di fuochi artificiali” (p. 18); “nelle vecchie strade del centro, / nelle stanze fredde, / si disegnano i rumori della strada / gli odori dei letti / la nostra fragilità di fili d’erba / invisibili nella città sporca. / Salvarsi la vita / dall’angoscia di trovarci grandi / e soli in questa storia” (p. 24);

“dare le spalle al passato, agli inceneritori, / allo sporco dei marciapiedi che soffoca i rumori. / Mi fermo alla voce delle chiese, / un vuoto in cui accogliere la verità / e non tradire” (p. 25).

È superfluo chiederci quali siano i fatti, gli episodi, i dettagli del suo vissuto, da cui probabilmente deriva un senso di colpa con cui cerca di fare i conti.

In una delle composizioni la poetessa scrive: “Guardo le foto di te che non ridi, / con i figli in grappoli e il mare, verde / di alghe che non se ne vogliono andare. / Continuo a giudicarti, / mentre affermi la bellezza / della tua bocca chiusa, / dei denti immaginari, l’orgoglio/ di non sembrare felice con noi”. A chi si riferisce? Può essere allo stesso modo un padre o una madre, un’amica o un amore. Poco importa. Quel che veramente le sta a cuore è “non desiderare altro, / solo di affratellarsi / alla via lucidata dall’acqua di scolo, / alla grazia che piove dal cielo / e toglie la responsabilità umana” (p. 28).

Nell’ultima composizione leggiamo questi versi: “Il giorno della mia nascita / rapirono Aldo Moro, / una croce sul foglio di giornale / a dire che è importante / una vita fra tutte” (p. 64). L’accostamento del proprio genetliaco al giorno del rapimento di Aldo Moro può sembrare, a tutta prima, gratuito, forzato. Ci fornisce invece una possibile chiave di lettura dell’intera raccolta, come se la poetessa volesse lasciarsi alle spalle il passato: se pure qualcuno o qualcosa ha “rapito” la sua (e la nostra, perché no?) infanzia, ogni vita è importante, merita di essere vissuta.

 

 

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