Via Cavour di Giacinto Spagnoletti

 

Ricordo le grondaie cinerine

da cui cadeva lieta

nei tramonti d’estate qualche goccia

di pioggia dimenticata:

io fanciullo curvo sull’inferriata

l’accoglievo nel palmo della mano.

Mi parevano così lunghi quei tramonti

soffocati dal gorgo delle rondini

e dagli addii delle campane.

Tardi s’accendevano i fanali,

le acetilene scoprivano i meloni e le cozze

all’occhio dei passanti.

Ma s’udivano intanto roche canzoni

di marinai chiusi nelle taverne

e risa di ragazze

traboccanti dai balconi.

Talvolta a un fievole richiamo

di chitarra il cuore vagabondo

fermava il suo cammino;

mia madre ancora china

sul biancore del lino

non trovava più l’ago…

Oh non posso più ricordare,

vòltati e parlami, mia strada,

se ancora esiste

quel lieto mormorio

tra le facciate sbigottite

e quella luce soave

che risaliva a notte il buio delle navi.

(da Poesie raccolte, Garzanti 1990, già in Sonetti e altre poesie, Istituto Grafico Tiberino, 1941).

 

Versi lirici in cui il paese diventa mito. Il poeta ricorda la Via Cavour della sua infanzia, con un dolcissimo viaggio nostalgico; riproduce un quadretto della sua Taranto, allorquando ancora bambino, osserva l’acqua della pioggia cadere dalle grondaie, mentre le rondini tagliano l’aria al rintocco delle campane della Chiesa del Carmine, nell’omonima piazza. Poi i ricordi di bancarelle di meloni e cozze illuminate da lampioni ad acetilene, di marinai festanti nelle taverne, di ragazze sui balconi; immagini di un paese conservato nella memoria, con il vocativo che mostra ciò che si è perduto: uno spazio fisico che non può non essere un luogo dell’anima.

 

 

 

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