Piccole faville di Giovanni Di Lena, Villani editore, 2022

di Cosimo Rodia

 

Piccole faville è una raccolta divisa in due sezioni, una di poesia civile e l’altra di liriche esistenziali; queste ultime sono delle istantanee che raggrumano una condizione di mestizia: «Quanta tristezza divoro»; oppure: «Ogni fiocco di neve/gela un mio pensiero». Dolcissimi i versi dedicati ai genitori; in “Madre” l’autore mette in chiaro il vuoto affettivo creato dalla morte della genitrice, così «In ogni angolo/ci sono frammenti di te» e in casa si ritrova «solo,/come se fossi smarrito». Ma nonostante percepisca una sensazione di caducità: «Un’alba errabonda/governa la mia vita», sa anche che la vita va vissuta sino in fondo, con eroica accettazione: «Mi scopro di te nuovamente innamorato/ e altro più non chiedo».

A sostenerlo in questo viaggio paludoso è l’esempio ricevuto dai genitori come si evince in “Capricci”, una bellissima foto in bianco e nero, in cui è cristallizzato il ricordo di vivere «nel cuore della fame cieca», senza aiuti sociali, ma con la forza di andare avanti, gustando le gioie semplici di bagnarsi nello Ionio: «Avvolta nella sottana nera/mia madre roteava gioiosa/ e mio padre sguazzava felice./A due metri dal mare,/ cercavo l’acqua/scavando nella sabbia».

Nella seconda sezione troviamo un disincanto verso la vita, ma anche verso la politica, come in “Segni nostri”, che, a me pare, un testamento valoriale, umano e ideale di Di Lena. Padre e figlio alla fine si somigliano nella sconfitta: chi nei campi di prigionia nazista, la cui violenza è fissata in modo indelebile nella memoria da oscurare i giorni, chi disilluso dalla politica per non aver fatto la rivoluzione: «Solo gesti taciti/tra me e te, padre./ Alla tua reticenza/risposi inseguendo/ nobili ideali./ Non so chi s’è salvato:/ tu hai perso la guerra/ io non ho fatto la rivoluzione».

La prima sezione, costituita da venticinque poesie, è apertamente d’impegno civile. La lirica d’apertura ricorda Scotellaro, per tracciare una linea di sconfitta, perché ciò che rimane del fuoco che ardeva non sono che «piccole faville». E il disincanto sopraggiunge dopo aver svenduto sentimenti e utopia per i beni materiali, per qualche posto al sole: «Quale vivanda prelibata/ti hanno fatto perdere i sensi?». In “Comodi zerbini” l’autore trattiene appena la rabbia.

Di Lena annota che la vita si è assestata lungo l’asse del consumismo, senza dignità (cfr. “Dov’è la luce?”), e tutto è avvenuto con una rivoluzione «indolore», perché il potere politico è così pervasivo che impone decisione con il paradossale «avallo popolare» (cfr. “Vertenza Sud”). Così il consumismo ha creato una società di luci sfavillanti (cfr. “Natale moderno” o “Dopo il temporale”), dove prevale il formalismo, il consumismo, e diventa comodo far finta di non vedere l’impatto ambientale a Tempa rotta, nel cuore della Basilicata in cui la Total estrae il petrolio, con conseguenze nefaste sull’ambiente, dove si registrano pecore avvelenate o valli dorate trafitte «da aghi meccanici/e scheletri di acciaio» o come si legge ancora in “Prassi in Val Basento”.

Nonostante il disincanto, l’anima guerriera dell’autore grida davanti alle violenze e alle ingiustizie sia di Stato (cfr. “Io, Ebru Timtik”) sia degli uomini (cfr. “Minneapolis”).

Insomma, ci troviamo di fronte ad una poesia di denuncia, benché in Di Lena non vi sia il sogno di modificare la realtà, per via di una sostanziale disillusione, in quanto la realtà ha fagocitato l’utopia, lasciando una rabbia sorda di fallimento.

A tratti troviamo una poesia epica, ovvero una espressione di sentimenti taciuti ed esperienze della collettività, allorché l’industrializzazione e gli interessi delle multinazionali hanno modificato un territorio incontaminato e lo stile di vita degli abitanti del luogo.

È inevitabile non rilevare gli accenti commossi di una schietta liricità, nel dar conto della condizione di disagio e di soggezione della terra lucana. Forse Di Lena ha voluto dare un piccolo contributo a quella diagnosi della realtà politica e sociale del Sud, che Scotellaro non ha potuto concludere con la sua “Uva puttanella”.

Una bella voce quella di Di Lena espressa con un linguaggio sempre asciutto, mai strabordante o retorico, sintetico, a volte volutamente prosastico, ma sempre essenziale ed immediato.

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