Difficile è la veglia di Sandro Marano, edizioni La Vallisa, 2002

di Cosimo Rodia[1]

 

Difficile è la veglia è una piccola raccolta di venticinque liriche, che si legge d’un fiato per il timbro e la costante intensità linguistica.

C’è in Marano un fervido impegno umano, finanche politico, volto alla speranza di un nuovo processo liberale e liberante, di rifondazione etica, di dare forma ad aspettative e disegni di viva moralità; e a me pare essere la parte più qualificante dello sforzo poetico; un conato che assume ancora più valore se raffrontato alla forza persistente e pervasiva della civiltà dei consumi, sostanziata nell’imperativo dell’avere: “Mi racconti dei borghesi pasciuti/che vanno in fretta/senza sapere dove/e del vento che li porterà via/ come foglie secche”.

Il Sud levantino, sincretizzato con le ambientazioni federiciane, origina un canto prismatico che riceve luce dal passato, per effondersi a raggiera sul presente. E qui la poesia diventa melodica con una musicalità che avvince; esemplari sono i versi: “Ti parlo del nostro incontrarci/ del tepore di notte d’inverno/  – fuori batteva la pioggia – / e d’un uomo in rivolta./ Tu sorridi compiaciuta/voluttuose fioriscono/sotto vesti leggere le tue forme./ E ogni amore/ è un ponte gettato nella solitudine”.

La memoria e la coscienza del presente s’intrecciano in un viaggio interiore (o filtrati attraverso un punto di vista interiore) e rese attraverso simboli, oggetti esteriori, scorci reali (fluidificati da richiami figurali molto personali).

Mi sembra che la memoria inneschi il viaggio almeno in due direzioni: da una parte verso il passato guardato con nostalgia; dall’altro verso la problematizzazione del presente. E la linea di congiunzione della prima e seconda direzione potrebbe essere l’amore, che è a volte erotico (vedere copertina), tal altre velatamente sensuale e allusivo.

Il paese e, più genericamente, il Sud si trovano in alcuni richiami ambientali; si legga “Eoliane”: “Fichi d’India sui costoni/bruciati dal sole”. Non manca la memoria poetica pugliese, in particolare la voce bodiniana, specialmente negli emistichi riferiti alla terra del sole “insanguinata”, quasi sfregiata; oppure, nel riferimento alla luna o ancora all’ulivo.

Dunque, nella poesia di Sandro Marano possiamo rintracciare motivi lirici, richiami emetici, tecniche simboliste, ma così ben composti e rispondenti all’attualità del dettato, da contrassegnare una bella personalità poetica.

I motivi sociali, ambientali, amorosi, antropici, memoriali, si sovrappongono senza che nessun motivo oscuri l’altro. Nella commistione dei motivi, la drammaticità non diventa mai disperazione. Una sorta di misticismo e un buon quoziente di eticità rappresentano quasi dei reagenti esistenziali. Ne “La vita selvatica” credo sia sintetizzata, come fosse una chiave di volta, la disponibilità positiva verso la vita, nonostante tutto.

Quella di Sandro Marano è una poesia che nasce dalla confluenza di una poetica filo-analogica con un insieme di memorie, sul cui sfondo c’è un mondo rotondo, mobile e autoreferente. Si procede per immagini e con una parola matura, tanto che non si può non essere d’accordo con le parole conclusiva di Daniele Giancane nella presentazione del volume: “Eppure la poesia, che è ‘quasi un sussulto’, resiste, elabora continuamente percorsi nuovi, gioca alla sua interminabile partita contro la solitudine, lo scacco, il suono”.

 

[1] Archivio. Recensione del 2002.

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