Ardengo Soffici e l’arte

di Sandro Marano

 

La riflessione sull’arte ha costantemente accompagnato Ardengo Soffici (1879–1964) nella sua attività di scrittore e di pittore. Nel Giornale di bordo del 1915 Soffici fissava quella che sarà la sua cifra di uomo e di artista: «Ogni rinascita procede da un ritorno alla natura e alla realtà. In arte come in politica» (1). È una professione di realismo, vale a dire di misura e di naturalezza. E in uno scritto apparso sul Borghese  nei suoi ultimi anni di vita Soffici così ricostruiva il filo rosso di tutta la sua attività artistica: «l’arte come l’amore è il risultato del contatto e della congiunzione sensibile e spirituale a un tempo di due entità complementari tra loro: dell’artista e di ciò che diciamo natura, nel caso dell’arte, dell’uomo e della donna, nel caso dell’amore» (2).

Spirito libero, irriverente, irrequieto, il primo Soffici strizzava l’occhio a Nietzsche, contestava la morale borghese e difendeva, in linea con le avanguardie del primo Novecento, la superiorità del taccuino, del diario, del frammento rispetto al romanzo o al saggio: «io non credo alla superiorità delle lunghe fatiche, delle opere vaste e sublimi (…) sono il malato della sfumatura, del lampo fugace, delle quisquilie, importanti al mio occhio come l’intero universo che riassumono».

Non si trattava però di disprezzare la ragione. In un passo del Giornale di bordo cogliamo una sua fine osservazione: ogni filosofia è accompagnata da un’arte. La filosofia classica di Platone, ad esempio, si accompagna all’arte di Prassitele e Skopas, la filosofia intuizionista di Bergson all’arte dei Futuristi. Più tardi nella rivista Rete Mediterranea ribadirà che «non si dà poesia vera grande e imperitura se sotto l’immagine non si sente un sostrato filosofico, metafisico, se al ritmo delle parole non si accorda quello di un pensiero palpitante ed in moto». 

A ben guardare, dietro la maschera del distruttore si nasconde in Soffici la ricerca di un nuovo ordine esistenziale e politico. Questa ricerca lo accomuna a molti altri artisti e scrittori dei primi del ‘900, da Drieu a Papini, da Carrà a Sironi. Non a caso nel Taccuino d’Arno Borghi del 1933 dice di sé: «mi compiaccio nei limiti: l’ordine m’è suprema libertà».

Come pittore, il Soffici dei primi del Novecento si situa a metà strada tra Cubismo e Futurismo, movimenti a cui dedica, insieme all’Impressionismo, alcuni pregevoli opuscoli. Ricordiamo tra gli altri un trattatello Primi principi di un’estetica futurista, pubblicato nel 1920 (ma scritto tra il 1914 e il 1917), in cui dà atto al Futurismo di aver creato contro la stagnazione spirituale dell’Italia «nuovi e più sciolti modi stilistici». Non ha difficoltà ad ammettere che «tutte le materie possono essere adoperate per una creazione geniale», ad esempio un brano di giornale o pezzi di stoffe applicate su un quadro (e qui sembra quasi anticipare i sacchi di Alberto Burri). Ciò che importa, sostiene lo scrittore toscano, è la «raffigurazione lirico simbolica» degli elementi.

Tuttavia, critica l’astrattismo perché «ogni opera d’arte non è viva se non è capace di comunicare l’emozione risentita dal suo autore, e una tale emozione non si può comunicare se non per mezzo di forme riconoscibili, atte a suscitare una certa visione e non un’altra. La sterilità, infatti, di certe opere modernissime dipende soprattutto da questo, che esse riposano esclusivamente su presupposti teorici e cerebrali senza nessuna relazione con la realtà apparente o con una relazione così lontana che, tranne l’autore, nessuno può scorgerle. Non si esce da questa difficoltà se non ricorrendo al profondo senso della misura che è la suprema intelligenza».

Per Soffici tutto può essere arte, il mondo inventato dai socialisti come le costruzioni della scienza o le visioni della filosofia: «la differenza fra essi e i poeti propriamente detti non è che nei modi di espressione (…) Del resto tutto si riduce negli uni come negli altri alla vivificazione lirica d’un’idea, alla costruzione d’un dramma: a una figurazione dell’universo». E in un bell’aforisma del Taccuino d’Arno Borghi del 1933 scrive: «il pensiero è disfattista; se non è quello dei grandissimi filosofi; ma allora è poesia».

Nella sua prima fase Soffici più volte definisce l’arte “divertimento”, analogamente al filosofo Ortega y Gasset che definiva l’arte come gioco: «se l’arte salva l’uomo, è solo perché lo salva dalla serietà della vita e suscita in lui un’inattesa fanciullezza» (3).

Per Soffici, dunque, l’artista non deve né educare né incitare né additare direzioni agli uomini, il suo compito, riecheggiando sul punto le tesi crociane, è quello di «manifestare l’armonia misteriosa della vita e del mondo».

Sennonché negli anni ’20 il suo punto di vista muta. La rivista Rete Mediterranea, pubblicata per l’appunto in quegli anni, segna l’avvenuta trasformazione di Soffici da spirito anarchico a spirito disciplinato e il suo passaggio dal cubo-futurismo ad una nuova classicità, in particolare ai valori plastici della tradizione italiana. Pur non rinnegando la sua esperienza precedente, prende nettamente le distanze dal Futurismo. La parola patria prende il sopravvento sulla parola libertà. Viene affermato il bisogno del divino ed accentuata la svalutazione delle avanguardie, nelle quali «il caos si stende grandioso e terrificante». Dadaisti, futuristi, astrattisti sono accusati di cerebralismo: «le costruzioni astratte, arbitrarie, affaticano, annoiano (…) lo spettacolo della realtà non annoia invece mai».

All’obiezione mossagli di non essere al passo coi tempi così risponde in Periplo dell’arte (1928): «a nessuno è possibile non essere moderno, cioè del suo tempo. Sia rivoluzionario o reazionario, verista o simbolista, il pittore o il poeta incarnerà necessariamente i gusti e le idee del tempo suo». Però, precisa, «l’essenza dell’arte è la nostalgia e il ricordo, né si può rimpiangere o ricordare in luce poetica ciò in mezzo a cui viviamo». E alludendo ad una possibile funzione pedagogica dell’arte si chiede: «perché la pittura di paesaggio non potrebbe ai nostri giorni esortare all’amore dei campi e distogliere la gente nostra dalla tendenza all’urbanesimo causa  di tanti mali?» 

Tali concetti vengono ripresi e ribaditi in alcuni luminosi aforismi del Taccuino d’Arno Borghi del 1933: «la tradizione fa la personalità d’un popolo. È il senso della sua civiltà. Il popolo che tradisce la propria tradizione cessa di essere se stesso. La decadenza e la servitù delle nazioni procedono sempre dall’oblio del proprio passato e dall’inchinevolezza a civiltà straniere».  Ed ancora: «lo so anch’io e lo sa anche il portiere che la storia è fatta di queste palingenesi; che dalle rovine d’una civiltà, un’altra civiltà si leva; che morto un papa se ne fa un altro, insomma. Ma io amo per l’appunto la civiltà italiana con le sue particolari caratteristiche e quelle difendo (…) perché ne sono geloso come di un’amante diletta».  

In Selva: Arte (1943) Soffici critica l’estetica di Croce, il quale ha avuto un’utile funzione, allorché si era finito col perdere d’occhio il fatto artistico, ma, trasmodando, impoverisce a sua volta l’opera d’arte: «l’uomo in generale non essendo tutto fantasia, ma anche ragione, sentimento, morale, religione, dottrina civismo, socievolezza, ecc.»; «grande potrà dirsi soltanto l’opera letteraria o artistica che tocca il complesso di queste sue facoltà; e tanto più grande quanto più, in una parola, largamente umana». E qui troviamo pure la sua professione di fede nel Fascismo in cui vede «il fondamento di una rinnovata civiltà italiana».

Estetica e politica in Soffici camminano insieme. Qualche critico ha sostenuto che c’è uno iato tra il Soffici di Lacerba e il Soffici di Rete Mediterranea. Prezzolini, che di Soffici fu amico ed estimatore, pur ammettendo che il differente atteggiamento di Soffici possa apparire contraddittorio (di quella contraddizione che c’è nella vita, però, specifica), nega tuttavia che vi sia stata una rottura. Ci fu piuttosto una graduale trasformazione, che venne fuori ed emerse soprattutto in seguito al primo conflitto mondiale cui partecipò come volontario, come accadde del resto a tanti altri scrittori ed artisti. Ciò che mai mutò in Soffici, secondo Prezzolini, fu il suo amore per l’Italia. Fu, dice Prezzolini, «uno degli uomini che ha mostrato d’amare con i fatti questa terra più dell’altre ingrata verso coloro che l’amano, la difendono, l’esaltano e per amore suo talora l’assalgono e la bestemmiano e alle volte si contraddicono» (3).

A ben guardare, l’anarchismo professato inizialmente da Soffici non fu mai una posizione dottrinale, non fu sregolatezza né utopismo, ma piuttosto insofferenza ai vecchi modi espressivi, ricerca d’un ordine politico sociale ed esistenziale nuovo. Il suo “ritorno all’ordine” in ogni caso non fu un ritorno al passato, bensì un cambiamento di prospettiva che conservava gli umori e la linfa di tutto il primo Novecento.

Il ritorno all’ordine, scrive non a torto Giuseppe Langella, non ha il senso riduttivo di «una restaurazione anacronistica e ingessata». Infatti Soffici con la sua rivista “Rete Mediterranea” «mentre dichiara esaurita la funzione delle avanguardie, ne valuta però positivamente l’azione svolta sulle acque stagnanti dell’estetica italiana e combatte con altrettanto vigore ogni tentazione di ritorno supino al passato». E l’illustre critico cita a mo’ d’esempio la positiva recensione di Allegria di naufragi di Giuseppe Ungaretti: «basterebbe questo elogio di Ungaretti per cogliere la modernità, l’apertura, la cifra assolutamente non accademica, del classicismo di Soffici» (5). Conclusione che facciamo volentieri nostra.

 

  1. tutte le citazioni di Soffici sono tratte dalle Opere Complete, Vallecchi, 1961
  2. in Il Borghese, 2 aprile 1959
  3. in La disumanizzazione dell’arte, saggio del 1925 dedicato ai movimenti d’avanguardia. Con parole quasi simili Soffici indicherà in “Selva: Arte” la finalità dell’arte: “Il fine dell’arte è di rivelare e celebrare la perpetua infanzia del mondo e di ricondurre lo spirito per vie misteriose alla primordiale infinita uniformità del tutto, vale a dire reintegrarlo con Dio, comunque inteso” 
  4. Giuseppe Prezzolini, Prefazione alle Opere Complete, Vallecchi, 1961
  5. in La parabola delle avanguardie – Adelante con juicio, in Poesia, 168 gennaio 2003
 

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